Alexandre Dumas (padre).
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Il contino di San Floridio, o I sepolti vivi.
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1856. Piscopio Editore, NAPOLI.	
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Romanzo di formazione, davventura, damore, giallo: un'opera, scritta da Dumas pre nel 1856 ed ambientata nel mondo nobiliare siciliano di fine 700, in una delle pi nobili e ricche famiglie dellisola.
Il contino di San Floridio, il protagonista, allinizio del romanzo viene descritto come giovine, bello, valente e a quella beata et nella quale ogni uomo credesi destinato a divenire leroe di qualche romanzo. Terminati gli studi al Collegio di Palermo, rientra nella casa paterna di Siracusa, accolto da una madre iperprotettiva e dal marchese, padre piuttosto distratto, dedito al culto della tradizione nobiliare e della mitologia.
Le vicende cruciali del romanzo, ed in particolare quella cui fa riferimento il secondo titolo I sepolti vivi, sono per gi avvenute, allinsaputa dei nostri personaggi, dieci anni prima, e la causa scatenante  stato il terremoto del 1783, che ha causato la morte del marchese di San Floridio, zio del protagonista, schiacciato da una trave nel crollo del tetto del suo palazzo di Messina.
Il romanzo non si apre per con la descrizione dei personaggi o dellambiente in cui vivono, ma con un capitolo intitolato La cappella gotica.
Questa cappella appare quindi fin dallinizio connotata come un luogo misterioso, in cui porte inaccessibili, chiavi nascoste, tombe, oscurit, ambienti umidi e maleodoranti creano lo scenario ideale per le avventure del contino Ferdinando. Questi viene irresistibilmente attratto dalla cappella, dopo che, addormentatosi involontariamente nel confessionale durante il rito di commemorazione dello zio, durante la notte viene svegliato dal cigolo di una porta, e, aprendo gli occhi, vede che il buio profondo  rotto da una lucerna, ed assiste ad una paurosa apparizione, un uomo avvolto in un grande mantello, un ferraiuolo.
Lessere misterioso sar un fantasma, uno spietato criminale o un essere nonostante tutto sensibile? Da questo momento lunico scopo di don Ferdinando sar quello di svelare il mistero della cappella gotica, evadendo con espedienti e fughe avventurose dalla stretta sorveglianza familiare, e solo linnamoramento a prima vista nato dallincontro con unincantevole infermiera dagli occhi azzurri e dai capelli nerissimi lo distoglier, anche se solo temporaneamente, dal suo intento.
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Alla luce della conclusione, potrebbe essere davvero interessante rileggere il romanzo con occhio del tutto diverso, reinterpretando le affermazioni del narratore e riconoscendo le false piste da lui abilmente create.
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IL CONTE DI SAN FLORIDIO.
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Indice.
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1. LA CAPPELLA GOTICA.	
2. CARMELA.
3. IL SOTTERRANEO. 
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Fine Indice.
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1. LA CAPPELLA GOTICA.
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Apparteneva ai marchesi di San Floridio una cappella gotica situata a cinquecento passi da Belvedere, bellissimo villaggio poco lungi da Siracusa, e nel quale que signori avevano molti possessi. Essa era stata eretta da un antenato del marchese attuale, e serviva precipuamente di sepoltura per la famiglia.
Rispetto a questa cappella correa unantica tradizione, la quale diceva non contenere essa soltanto celle mortuarie, ma sibbene un ignoto sotterraneo, nel quale un conte di San Floridio erasi rifuggito ai tempi in cui infierivan le guerre durante le quali lavversione agli Spagnuoli procacci al conte una sentenza di morte. Voleva poi la tradizione che il conte fosse vissuto in quel recesso per dieci anni, alimentatovi da alcuni vecchi servitori, i quali con pericolo della vita, ogni due notti gli recavano regolarmente in quel sotterraneo di che mangiare e bere. Pi duna volta, il conte di San Floridio avrebbe potuto fuggire di l e mettersi in salvo conducendosi a Malta o in Francia, ma esso mai non assent ad abbandonare la Sicilia, sempre sperando che lora della scacciata degli Spagnuoli dovesse pur suonare, e ritenendo che gli correa dovere dessere col al primo segnale.
Lanno 1783 vivevano tuttavia due rampolli maschi di questa illustre famiglia, il marchese, cio, e il conte di San Floridio, il primo dei quali soggiornava in Messina ed il secondo a Siracusa. Il Marchese era vedovo senza figli, ed altro non savea in casa che due domestici: una fanciulla di Catania, per nome Teresina, dellet di vent'anni o in quel torno, la quale aveva gi servito, in qualit di cameriera, alla defunta marchesa; e un uomo di trentanni al pi, chiamato Gaetano Cantarello, lultimo discendente di quella razza di fedeli servitori che avevano date allantico marchese pruove s luminose di affetto, e che di padre in figlio aveano sempre abitata la casa del primogenito della famiglia. Il segreto del sotterraneo era conosciuto da questo primogenito soltanto, ed egli lo trasmetteva al proprio figliuolo, che tanto pi gelosamente il custodiva, in quanto che essendo i marchesi di San Floridio sempre rimasti fedeli al partito avverso agli Spagnuoli, potevano da un istante allaltro aver mestieri di ricorrere nuovamente a quellintrovabile asilo.
Il marchese di San Floridio fu una delle vittime del terremoto che devast Messina nel 1783. Il tetto del suo palazzo sprofond, e il marchese vi rimase schiacciato dal rovinare di una trave. I suoi due servitori, Teresina e Gaetano, si sottrassero al disastro senza malanno alcuno, quantunque corresse voce che Gaetano, tentanto di salvare il proprio padrone, rimanesse pi di unora sotto le rovine del palazzo. Il conte di San Floridio, che rappresentava il ramo cadetto, trovossi cos il capo della famiglia, ereditando a un tempo e il titolo e le ricchezze del fratello maggiore. Il marchese, morto nellistante che meno se laspettava, port con s il segreto della cappella; se non che, per vero dire, non fu di questo segreto che maggiormente si dolesse il conte di San Floridio, sibbene della somma di cinquanta o sessantamila ducati dargento effettivi, che sapeasi esistere negli sgrigni del defunto, e che, malgrado le pi minute indagini, e comunque si rovistasse in ogni angolo, non fu possibile rinvenire. Il povero Cantarello era al colmo della disperazione per questo smarrimento che, comegli diceva, strappandosi i capegli, poteva essere imputato a lui stesso. Il conte lo confort alla meglio, col dirgli essere di troppo conosciuta la fedelt dei servi della famiglia per accogliere un siffatto sospetto, e a provargli che quanto gli usciva dal labbro avea pur nel cuore, gli offerse nella propria casa quel posto che occupava presso il defunto fratello; ma Cantarello rispose che dopo essergli stato rapito un cos buon padrone, altri mai pi non intendeva servire. Il conte gli chiese allora se fosse a lui noto il segreto della cappella, al che laltro rispose di no. Nel por fine a quella conversazione, il conte esib a Cantarello una somma considerevole di denaro, ma legregio servitore ricus accettarla, e stanziatosi nelle vicinanze di Catania, pi non sintese parlare di lui. Il conte di San Floridio and al possesso delle ricchezze di suo fratello, vistose assai, e assunse il titolo di marchese.
Erano dopo quel funesto evento trascorsi dieci anni, e il marchese di San Floridio avendo riedificato il palagio del fratello, abitava lestate a Messina, linverno a Siracusa; ma fosse a Siracusa o a Messina, mai non ometteva di far celebrare una messa nella cappella di famiglia in suffragio dellanima del defunto. Quella messa celebravasi allora medesima nella quale il marchese di San Floridio era perito sotto le rovine del proprio palazzo.
Giungneasi alla ricorrenza del decimo anniversario, che saveva a celebrare con lusata pompa, ma al quale dovea assistere un nuovo personaggio che ha la parte principale nella storia che abbiamo impresa a narrare. Era questi il giovanetto conte don Ferdinando di San Floridio, che, toccati appena i diciotto anni, e posto fine a suoi studi, era, da qualche giorno soltanto, uscito dal Collegio di Palermo.
Don Ferdinando sapeva di portare uno dei pi illustri nomi, e che un giorno sarebbe stato lerede duna delle maggiori sostanze che vi fossero in Sicilia. Era desso un bel garzoncello, dai capegli neri come lebano, sgraziatamente sconciati dalla polvere che usavasi a que giorni, dagli occhi pur neri, dal naso di profilo greco e dai denti davorio; camminava colla mano sullanca, il cappello inclinato sopra una tempia, e, comera costume di que tempi, facea lo spiritoso a scapito delle cose sante. Era del resto buon cavaliere, valente nella scherma, e nuotava come una rana; cose tutte che si imparavano nel collegio dei nobili. Dicevasi per che a queste classiche lezioni ne avessero le avvenenti dame di Palermo aggiunte dellaltre, alle quali prendesse il conte Ferdinando non minor piacere che a quelle delle quali avea cotanto approfittato, sebbene queste lezioni femminili non fossero registrate nel programma universitario. Tant che il conte ritornava a Siracusa giovine, bello, valente e a quella beata et nella quale ogni uomo credesi destinato a divenire leroe di qualche romanzo.
In questo intermezzo arriv lanniversario della morte del marchese, e il padre e la madre del conte avvisarono tre giorni prima il figliuolo, perch si dovesse preparare alla funebre cerimonia. Don Ferdinando, al quale andavano poco a verso le chiese, e che, come noi abbiam detto, era piuttosto volterriano, si sarebbe volentieri sottratto a quella servit; ma egli comprese non esservi via ad esimersi da quel dovere di famiglia, e che una scappata simile, fatta riguardo ad uno zio dal quale si erano ereditate centomila lire di rendita, sarebbe stata imperdonabile. Daltronde, egli sperava che quella cerimonia fosse per attirare alla cappelletta, per remota che fosse, qualche bella signora di Siracusa, o qualche vezzosa forosetta di Belvedere, e che labbigliamento al quale in quella trista circostanza gli era necessit intendere, non andrebbe intieramente perduto. Don Ferdinando si condusse di buon animo allofficio, e date mano a suo padre e a sua madre a salire in una lettiga, balz egli pure nella sua, cos gaio, cos brioso, come se avesse dovuto portarsi a far pompa di s in una quadriglia.
Prima di tirare innanzi, vogliamo dire qualche parola su questa piacevole maniera di viaggiare. In Sicilia non vi ha che tre mezzi di locomozione: la carrozza, il mulo e la lettiga.
La carrozza nellantica Trinacria  fatta a quel modo che lo  da per tutto, se non che ha conservata una forma che molto andrebbe a sangue al dabben duca di Saint-Simon, ove Dio, per punire i nostri peccati, permettesse chei tornasse al mondo. Le carrozze son fatte per quelle vie, per le quali si pu andare in carrozza, e per quelle strade sulle quali si pu viaggiare in vettura, in ogni citt avvi un numero maggiore o minore di vie praticabili, ed io non saprei dir quante. Rispetto poi alle strade carreggiabili,  facil cosa il numerarle; ve ne ha una da Messina a Palermo, e viceversa. Dal che ne viene che ogni qual volta viaggiasi altrove che su questa via,  mestieri andarsene o in lettiga, o montando un mulo.
Tutti sanno press a poco cosa  il montare un mulo, s chio non ho bisogno di pi estendermi su questa maniera di viaggiare; ma molti ignorano certo quel che si voglia dire andare in lettiga, almeno al modo che si accostuma in Sicilia. 
La lettiga  una gran sedia portatile, capace ordinariamente di due persone, le quali, anzich starsi assise luna al fianco dellaltra, come nei nostri moderni calessi, siedono luna di faccia allaltra, come nei nostri antichi vis--vis. Questa lettiga poggia sopra due stanghe che si adattano al dorso di due muli; il primo  guidato da un servitore, e laltro gli tien dietro. Risulta da ci che il movimento della lettiga, specialmente in un paese cos diseguale come la Sicilia, corrisponde perfettamente al barcollamento di un vascello, e in fatti produce il mal di mare, e opera s ch si prendono in avversione le persone colle quali viaggiasi a cotesto modo. Dopo unora di viaggio si  a contesa col miglior degli amici, e al finire della prima giornata voi siete con esso inimicato a morte. Damone e Pizia, antichi modelli di amist, se assieme fossero partiti in lettiga a Catania, si sarebbero battuti in duello arrivando a Siracusa, e sarebbesi scannati a vicenda non altrimente che Eteocle e Polinice.
Il marchese e la marchesa discesero dalla loro lettiga altercando e senza che luno pensasse a dar la mano allaltra, in guisa che la marchesa dovette chiamare i servi, perch laiutassero a discendere. Quanto al contino, egli balz snello dalla sua, trasse di tasca un elegante specchietto ondaccertarsi che la sua pettinatura non si era scomposta; racconci lo sparato, gett aristocraticamente il suo cappello sotto il braccio sinistro, ed entr nelloratorio seguendo i suoi nobili parenti. Contro ogni aspettazione del giovine, fuori del prete, del sagrestano e dei fanciulli del coro, altra persona non era in quelloratorio. Si guard attorno mal soddisfatto, fece tre o quattro profani giri per la chiesa, e trovando che in ginocchio si stava troppo male, fin ad andare a sedersi nel confessionale dove disposto comera al sonno dal movimento della lettiga, non and guari che si addorment.
Il contino dormiva come si dorme a diciotto anni, s che luffizio dei morti tutto si comp, senza che n lorgano, n il De profundis lo risvegliassero. Terminato luffizio, la marchesa cerc il figlio da tutte le parti chiamandolo pur a mezza voce; ma il marchese, tuttavia inasprito dal viaggio, si volse alla moglie dicendole che suo figlio era un libertino, cui essa guastava sempre pi colla sua eccessiva debolezza materna, e che egli ben vedea che, quando quel figlio smarrivasi, non si avea a cercarlo nelle chiese. La povera madre non seppe cosa rispondere a quei rimbrotti, giacch lassentarsi del conte dalla chiesa, in cos solenne circostanza, non ammetteva scusa.
Essa abbass il capo, e usc dalla cappella. Il marchese ne chiuse la porta a chiave, e, raggiunta la moglie, risal con lei in lettiga per ritornarsene a Siracusa. La marchesa aveva gettata alla sfuggita unocchiata nella lettiga del figlio, colla speranza chegli vi fosse, ma sera ingannata; la lettiga era perfettamente vuota. Ordin allora ai servi di attendere col insino a tanto che suo figlio tornasse, ma il marchese, cacciata fuori la testa dallo sportello, disse che, siccome il figliuolo avea creduto bene allontanarsi senza dire ove sandasse, dovesse ritornarsene a piedi. Non era questo un gran castigo, mentre la cappella non  discosta da Siracusa pi duna lega.
La marchesa, tornatasene a casa, di soppiatto del marito chiese contezza del contino, e non senza qualche timore intese che non lo avevano veduto. Questi timori per saquetarono quando alla madre risovvenne che il marchese possedea una casa di campagna a Belvedere, e che non era quindi difficile che il figlio, vedute passare le undici della notte, si fosse portato a dormire nella villa, pensando come Siracusa, col pretesto di essere citt forte, chiudesse a quellora le porte.
Ma, come i nostri lettori gi sanno, la marchesa molto si dilungava dal vero. Il contino di San Floridio non scorreva altrimenti la campagna come il marchese avea apposto, n erasi condotto a dormire a Belvedere, come lo sperava la marchesa. Egli dormiva saporitamente nel suo confessionario, sognando che la principessa M..., la donna pi avvenente di Palermo, gli dasse una lezione di solfa, e rapito a questa amabile illusione, russava allegramente.
Alle due della mattina si svegli, stese le braccia sbadigliando, si confric gli occhi, e credendo essere nel suo letto, volle cangiare di fianco, e diede la testa contro langolo del confessionario. Lurto fu s forte, che il giovane spalanc gli occhi, e fu di subito desto. Dapprima si guard stupefatto attorno, e non sapeva vedere ovegli si fosse; ma a poco a poco del passato risovvenendosi, si ricord del viaggio del giorno innanzi, delle speranze che, nellentrare nelloratorio, vide fallite, e finalmente dellistante di noia e di stanchezza che lo avea condotto nel confessionario, dove erasi addormentato, e dove allora si svegliava. Allora immagin il resto; comprese che suo padre e sua madre, pi non veggendolo, erano ritornati a Siracusa, e senza che lo sapessero, lo aveano chiuso nelloratorio. And alla porta, ma la trov chiusa ermeticamente, il che maggiormente in quella sua supposizione lo conferm. Trasse quindi dal taschino dei calzoni un orologio a ripetizione, e fattolo suonare, fu certo che erano le due e mezzo del mattino. Pens che le porte di Siracusa a quellora erano chiuse, e che al castello di Belvedere tutti fossero a letto, s chaltro partito non gli rimaneva che di passare la notte come voleva la sorte. Riflett, che se meglio sarebbesi trovato nel suo letto anzich nel confessionario, gli era pur certo che peggio sarebbe stato nellaperta campagna che nel confessionale; laonde rientrato nella sua improvisata alcova, vi si accosci alla meglio, e chiuse gli occhi per riprendere il pi presto possibile il sonno, del quale avea momentaneamente interrotto il filo.
Il contino a poco a poco era ricaduto in quellinterno crepuscolo nel quale manca il giorno, e ancora non  sopravvenuta la notte del pensiero, quando ludito, che  lultimo senso che in noi saddormenti, gli trasmise dubbiamente lo strepito di una porta che schiudesi, e cigola sopra i gangheri. Il conte levossi di subito in piedi, fecesi a guardar nella chiesa, e al chiarore di una lucerna, col nuovamente apparsa, vide un uomo curvato davanti allaltare che stava di fianco al confessionario ovegli avea dormito. Colui tostamente levossi e accostatasi la lucerna alla bocca, la spense; quindi, avvoltosi in un mantello che tenea un po dellitaliano e un po dello spagnuolo, e che i Siciliani dicono ferraiuolo, travers la chiesa in tutta la sua lunghezza, cercando di fare il minor rumore possibile: pass cos vicino al conte, che don Ferdinando lavrebbe potuto toccare stendendo la mano; si avvicin alla porta duscita, laperse, e scomparve chiudendo a chiave.
Don Ferdinando era rimasto immobile e muto al suo posto, un po per la sorpresa, un po pel timore: giacch il nostro contino non era uno di quegli animi ferrei che si trovano nei romanzi, n uno di quegli eroi che, alla maniera di Nelson, domandino, a quindici anni, cosa voglia dire paura. Egli era un giovane bravo e intraprendente, ma superstizioso alla maniera dei Siciliani, e come ognuno lo diverrebbe trovandosi di notte, solo, in una cappella romita, con de sepolcri sotto i piedi, un altare dinanzi, e altro non iscorgendo in quel profondo silenzio, che linvisibile presenza di Dio. E per, quantunque don Ferdinando portasse a bella prima la mano sopra la spada per porsi in difesa contro quellapparizione, qualunque si fosse, non fu poscia mal soddisfatto, sorpreso comegli si trovava cos allimprevista e nel bel mezzo di quel suo sonnacchiare, veggendola passargli dappresso senza far mostra dessersi accorta di lui. A prima giunta la credette un fantasma, lombra di qualche suo antenato, che, mal contento della parzialit colla quale si celebrava una messa annua al defunto marchese, risorgesse dalla sua tomba a riclamare lo stesso favore. Ma quando lente misterioso accost alla bocca la lucerna per ispegnerla, la luce chessa mandava avea illuminato quel volto, s che il conte ravvis perfettamente un uomo dalta statura, dellet di quaranta a quarantacinque anni, con barba e mustacchi neri, che, insieme alla preoccupazione che certamente agitavalo in quellistante, davano alla sua fisonomia unaria tetra e severa. Il contino ebbe quindi per certo di essersi trovato faccia a faccia con un essere, se non della sua condizione, certo della sua medesima specie. Questa certezza, sebbene fosse di qualche importanza, non valea a rassicurare in tutto il contino, perch un incognito non entrava a quel modo senza una prava intenzione in una cappella ovesso non avea evidentemente da fare. Noi dobbiamo quindi confessare che il cuore del conte batteva violentemente, quando lo sconosciuto gli pass lontano due passi; e quei battiti, che provavano leffetto di una forte agitazione, qualunque ne fosse la causa, non si posarono se non dopo dieci minuti, poi che la porta fu rinchiusa, e don Ferdinando si fu accertato di trovarsi ben solo nella cappella.
I lettori potranno facilmente immaginarsi che il conte pi non pens a dormire; in preda a mille congetture, pass il resto della notte con locchio e con lorecchie in guardia, cercando in alcun modo ordinare gli svariati pensieri che gli ribollivano nella mente. In questi intrattenendosi, si ricord della tradizione di famiglia che raccontava di un sotterraneo, nel quale un marchese di San Floridio, proscritto e condannato a morte, erasi tenuto nascosto per dieci anni: ma egli sapeva che lo zio era morto senza aversi il tempo di palesare a chicchessia il secreto del sotterraneo. Ad ogni modo quelle reminiscenze, bench scomposte e incoerenti, rischiararono in qualche guisa il profondo buio pel quale errava la mente del contino, e pens che quel segreto, che tutti credevano chiuso in un sepolcro, altri poteva averlo scoperto a caso. La prima induzione che deriv da queste nuove idee, fu che il sotterraneo si fosse tramutato nellasilo di una banda dassassini, e chegli avesse avuto lonore di trovarsi al cospetto del loro capitano. Se non che don Ferdinando fu da questa supposizione distolto dal pensare, che da lunghissimo tempo non si udiva in quei dintorni parlare n di uccisioni, n di furti importanti. Si davan bene di quando in quando delle borse tagliate, delle tabacchiere rubate, qualche coltellata scambiata qua e l che una o due volte la settimana facea rompere il sonno al bargello di notte; ma nulla di tutto ci dava indizio di una banda organizzata, permanente, e comandata da un capo altrettanto risoluto quanto sembrava esserlo luomo del ferraiuolo: bisognava dunque abbandonare una simile ipotesi.
Intanto che il contino ondeggiava in questi svariati pensieri, la notte se nandava, e spuntavano i primi albori. Riflett che se voleva quando che fosse chiarirsi di quella strana avventura, era mestieri di non lasciarsi scorgere nei dintorni della cappella: onde approfittando del crepuscolo, aiutatosi con parecchie seggiole a salire sopra una finestra, lapr, e si lasci calare al di fuori, cadendo illeso da unaltezza di otto a dieci piedi, rientr in Siracusa nellistante che aprivansi le porte, e pagando due once al portinaio, ottenne da lui promessa che direbbe al marchese ed alla marchesa chegli era tornato in citt la sera innanzi, una mezzora dopo di loro.
Questa precauzione volse le cose a quel termine che il contino desiderava; quando ei discese alla colazione, il marchese cos facilmente sappag delle scuse colle quali il contino giustific la sua scomparsa del giorno innanzi, chesso ben saccorse che suo padre, ingannato dal portinaio rispetto alla durata di quella sua assenza, non ci badava pi che tanto.
Lo stesso non fu della marchesa; essa avea vegliato sino a giorno, e inteso quando il figlio era rientrato: se non che non fiat di quella scappata, per tema che il suo amatissimo don Ferdinando savesse un aspro rimbrotto. Daltronde, nelle prime assenze notturne dun figlio vha sempre un non so cosa che fa sorridere lamor proprio delle madri.
Don Ferdinando, quando fu nella sua camera, e sdraiato nel suo letto, sper di compensarsi del sonno interrottogli dallapparizione delluomo misterioso; ma non s tosto ebbe chiusi gli occhi, che il sovvenire di quellapparizione nuovamente lassalse, onde, malgrado la stanchezza, non pot trovar sonno. Don Ferdinando altro non avea quindi fatto che ripensare alla sua notturna avventura, quando, giunta lora della colazione, gli fu necessit alzarsi e discendere.
Noi abbiam gi detto che don Ferdinando alla colazione, oltre le sue speranze, saccomod col padre; e per incoraggiato da quellindulgenza, disse che avea in animo di andare alla caccia nei Pantanelli. Il marchese non gli si oppose; e il contino, dopo la colazione, armato del suo fucile, seguito dal cane, e presa con s la chiave della cappella, part promettendo alla madre di portarle pel desinare un piatto di beccaccini.
Per isfuggire la taccia daver mentito e lordar di fango le sue uose ed il cane, il contino attravers i Pantanelli, tir a due o tre beccaccini, che non uccise, e giunto allaltura della cappella, se nand diritto alla porta, e senza chaltri il vedesse, lapr, ed entrato, nuovamente la chiuse. Di che non  da stupirsi, giacch era unora dopo mezzogiorno, a meno di non essere tramutato in lucertola come Stellio da Cerere, non si usa in Sicilia di correre campi.
Quantunque anguste fossero le finestre, e che la luce, passando attraverso ai vetri colorati, penetrasse appannata nella cappella, linterno di questa era per bastantemente rischiarato, perch don Ferdinando potesse imprendere le sue ricerche. Egli si volse da bella prima al confessionario, nel quale avea dormito, e di l guard allaltare davanti al quale avea veduto starsi curvato luomo dal ferraiuolo. Si port quindi allaltare, e cerc dambo i lati se discopriva qualche apertura, ma non trov nulla. Tuttavia, alla destra del tabernacolo, il suo cane fiutava ostinato il muro, come segli avesse rinvenuto una pesta, e guardava il padrone mettendo un cupo e luogo urlo. Don Ferdinando, che conosceva listinto di quellanimale fedele, sebbe per certo che lo sconosciuto era uscito da quella parte della muraglia; ma, per quanto guardasse, non rinvenne traccia veruna dapertura, s che dopo unora di vane indagini, don Ferdinando usc dalloratorio, deposta la speranza di scoprire coi mezzi ordinari il mistero che vi si celava.
Nelluscire dalla cappella avea gi appostato lanimo allunico partito che gli rimanesse, quello, cio, di chiudersi di nuovo nelloratorio durante la notte, di attendervi luomo dal ferraiuolo, e, nascosto nelle tenebre, rapirgli il segreto. Questo disegno richiedeva, a mandarlo ad effetto, alcuni preparativi, una somma indipendenza, e una libert che don Ferdinando non potea in modo alcuno ripromettersi in Siracusa, posto comera sotto la duplice sorveglianza del marchese e della marchesa. Il suo progetto fu quindi interrotto in sul pi bello.
Nel tornarsene, ripass per la maremma che brulicava di selvatici, e siccome il contino era valente cacciatore, quando non era divagato, ebbe di corto uccisi molti beccaccini, arzavole e francolini. Tornato a casa, depose la sua cacciagione ai piedi della madre, dicendo chegli si era tanto divertito in quella passeggiata, che, se i suoi genitori glielo permettevano, contava di andare a passare alcuni giorni a Belvedere, onde con tutto suo agio dedicarsi alla caccia. Il marchese, che era molto accondiscendente ogni qualvolta non gli toccava andare, non andava o non era stato in lettiga, rispose chegli non ci vedeva nulla in contrario.
La marchesa mise fuori alcune osservazioni rispetto a quel sollazzo, ma il marchese le oppose mostrando che, al contrario chella pensava, era la caccia un divertimento al tutto aristocratico, e in sommo grado confacente ad un gentiluomo. Aggiunse che, nella sua giovinezza, nera stato egli pure vaghissimo, e che i suoi antenati ne avevano fatta la loro prediletta occupazione. Daltronde, nella stessa antichit la caccia era specialmente riservata ai nobili dei pi distinti casati; ne sia una prova Meleagro figliuolo dAneo e re di Calidonia; Ercole figliuolo di Giove e di Semele, e finalmente Apollo che, figliuolo di Giove e di Latona, vale a dire di un dio e di una dea, non avea ne suoi quarti paterni e materni macula veruna, in guisa che avrebbe potuto, al pari di lui, marchese di San Floridio, essere creato, a giusto titolo, cavaliere di Malta. Ben sapea il marchese che un gran divario correa tra il serpente Pitone, il leone Nemeo, il cignale di Calidonia, e i beccaccini, e i francolini, e le farchettole; ma, tutto calcolato, suo figlio, per valente che fosse, non potea uccidere se non gli animali in cui sabbatteva; e che se il cane di lui avesse mai fatto uscire dalla macchia qualche mostro, il marchese era ben certo che don Ferdinando lo avrebbe ammazzato.
La povera madre non ebbe che rispondere a cos dotta arringa, s che sospirando abbracci il figliuolo, raccomandandogli di essere prudente.
La stessa sera, don Ferdinando si condusse alla casa di campagna del marchese di San Floridio, la quale, come dicemmo, stava a cinquecento passi dalla cappella gotica, che nera una dipendenza.
Bench il giovincello ardentemente desiderasse di mettersi tosto al suo notturno esperimento, gli fu necessit sostare sino allindomani. Gli era duopo prendere conoscenza dei luoghi, procacciarsi la chiave del parco, e assumere alcune informazioni nel vicinato.
Le indagini non portarono nessuno schiarimento. Ben altri ricordavasi daver veduto, di tratto in tratto, capitare a Belvedere un uomo i contrassegni del quale corrispondevano a quelli dati dal conte, ma nessuno conosceva questuomo. Il giardiniere per promise di ricercare pi precisi ragguagli intorno allo sconosciuto. Venuta la notte, don Ferdinando, uscito dalla porta del giardino, armato della sua spada e di un paio di pistole, fu da solo alla cappella, vi si chiuse dentro, e si appost nel confessionario, come una sentinella nella sua garetta, e vegli col sino a giorno senza che lapparizione si rinnovellasse, e senza accorgersi daltra cosa che le somigliasse.
Una, due, tre notti, si port il conte alla cappella senza che di nulla venisse a capo; onde cominci a persuadersi daver sognato, e che il suo cane avesse fiutata la pesta di un sorcio.
Don Ferdinando, non disperanzato del tutto, contava passare nella cappella la notte vegnente, quando sua madre gli mand a dire che avendo inteso essere gravemente ammalata sua sorella, a Catania, desiderava visitarla, e lo pregava di volervela accompagnare. Don Ferdinando, quantunque pertinace nelle sue voglie, per educazione aristocratica era rispettoso verso i parenti; laonde, raccomandato al giardiniere che stesse nella sua assenza osservando se luomo dalla barba nera capitava a Belvedere, part subito per soddisfare al piacere della marchesa.
La marchesa si mise in via la mattina del d vegnente, e credea che suo figlio le tenesse compagnia in lettiga: se non che don Ferdinando, abborrendo il viaggiare in tal modo, chiese al marchese che gli concedesse di accompagnare la madre a cavallo. E facilmente lottenne, perch lequitazione, al dire del marchese, era un esercizio non meno aristocratico della caccia, e faceva essenzialmente parte delleducazione che si conviene ad un gentiluomo.
La marchesa e il contino partirono, allora fissata, accompagnati dai loro campieri. Nellavvicinarsi a Milili, il conte vide uscirne un uomo a cavallo col quale, pel cammino che faceva, dovea necessariamente scontrarsi. Mano mano che costui si avvicinava, don Ferdinando pi attentamente guardavalo, perch pareagli ravvisare in esso luomo dal ferraiuolo. Quando gli fu discosto venti soli passi, i suoi dubbi mutaronsi in certezza.
Venti progetti, luno pi insensato dellaltro, saffacciarono alla mente del contino: volea correre difilato allo sconosciuto, appuntargli una pistola alla gola, costringerlo cos a confessare a qual fine si fosse introdotto nella cappella della sua famiglia: volea seguirlo da lungi, e, giunto a Belvedere, farlo arrestare: volea aspettare la sera, e tornarsene a briglia sciolta, e nascondersi nuovamente nel confessionario colla speranza di sorprenderlo. Poi, esaminando le difficolt, o piuttosto le impossibilit di quei diversi progetti, vide che non solo non erano eseguibili, ma che gli avrebbero tolto di venire a capo di quanto desiderava. Intanto luomo dal ferraiuolo era passato oltre.
Don Ferdinando, chera rimasto addietro, immobile sulla via, quasich si fosse col cavallo impietrito, fu scosso da quelle sue considerazioni da uno dei campieri di sua madre, che, da parte della marchesa, venne a chiedergli cosa significasse quellarrestarsi sotto un sole di trentacinque gradi. Don Ferdinando rispose che stava contemplando il paesaggio che, in quel luogo, gli pareva pi che altrove vaghissimo; e, dato di sprone al cavallo, raggiunse la lettiga della madre.
Di questo per consolavasi don Ferdinando, che le visite dellincognito alla cappella essendo certamente periodiche, e sei giorni essendo trascorsi dallultima fattavi a quella che supponeva avrebbe fatta la stessa sera, non avea che ad attendere altri sei giorni per rivederlo. Prosegu dunque la sua strada, da cotesta probabilit alquanto racconsolato; probabilit che la fidente immaginazione della giovent sebbe per certezza.
Nellarrivare a Catania, la marchesa trov la sorella avere dassai migliorato. Don Ferdinando trov in casa di sua zia la pi dolce compagnia del mondo; una bella giovanetta di cui il povero giovine rimase incantato. Dimentic tutto e non pensava ad altro che al modo come introdurre nelle mani della bella qualche bigliettino, e provocarla con continui sguardi, ma prima che avesse potuto niente dirle la marchesa che gi da tre giorni stava a Catania fe noto al contino di tenersi pronto a ripartire lindomani per Siracusa. La notizia di questa partenza venne a strappare il contino ai suoi aurei sogni, e fece spargere qualche lagrima alla bella giovanetta. Don Ferdinando per promise alla zia, cui vedeva per la prima volta, e per la quale aveva gi a prima vista concepita una grande affezione, di tornare a renderle visita al pi presto che gli fosse stato possibile. Tanta promessa cangi le disperazioni della partenza in una dolce melanconia.
A Catania, in casa della ragguardevole zia, e in mezzo a quegli occhi siciliani, che sono gli occhi pi belli che risplendano in questo mondo, don Ferdinando avrebbe forse obliato il mistero della cappella; ma, tornato a Siracusa, daltro pi non ebbe pensiero, e col pretesto della sua passione per la caccia, corse nuovamente a rinchiudersi nel castello di Belvedere.
Luomo dal ferraiuolo vera ricomparso, e il giardiniere, che questa volta stava in guardia, erasi messo sullorme di lui, e ne avea raccolte nuove informazioni. Queste informazioni per si riducevano a schiarimenti molto incerti e dubbiosi. Nessuno sapea il nome delluomo dai ferraiuolo; soltanto lo si conoscea a Belvedere per una persona molto caritatevole, perch, ogniqualvolta passava di l, vi dispensava un numero grande di elemosine. Egli si soffermava ordinariamente presso un contadino, chiamato Rizzo. Il giardiniere erasi condotto alla casa di colui che gli dava ospizio, e avea interrogato sul conto dello sconosciuto tutta la famiglia; ma daltro non era venuto in contezza, se non che luomo dal ferraiuolo era stato col a vari intervalli, sotto pretesto di conoscere le case degli abitanti pi poveri di Belvedere. Pi volte avea loro commesso di comperare per suo conto degli alimenti dogni maniera, come pane, prosciutto, frutta, chegli poi distribuiva ai bisognosi. Due o tre volte soltanto era col venuto in compagnia di un giovinetto, avvolto in un ampio mantello, e che aveano sempre veduto daspetto molto melanconico. Malgrado che lo sconosciuto si studiasse di nascondere il giovinetto, era a quei contadini sembrato ravvisare in esso una donna, e aveano motteggiato alquanto luomo dal ferraiuolo, rispetto a quella sua buona ventura. Ma lo sconosciuto avea preso li scherzi in mala parte e risposto, con un tuono che non concedeva dinsistere, che il giovinetto che lo accompagnava, e che giudicavano una donna, era un chierico suo parente, il quale non sapea assuefarsi alla vita dei seminario, e che egli facea uscire di tratto in tratto, onde alcun poco divagarlo.
Erano a un dipresso quindici giorni che lo sconosciuto avea condotto in casa di Rizzo quel giovinetto o quella giovinetta; poich, malgrado le spiegazioni date in proposito dalluomo dal ferraiuolo, la famiglia continuava ad avere i suoi dubbi sul sesso di quellindividuo.
Queste cose, anzi che acquetare la curiosit del conte, grandemente la stuzzicaro, s che la notte seguente era al suo posto; ma n quella notte, n la vegnente, non vide apparire colui che aspettava. Finalmente la terza notte, che fu la settima dopo la sua andata a Catania, intese la porta della cappella aprirsi, e quindi chiudersi tosto. Un istante appresso, una lanterna splendette tutto ad un tratto, come se lavessero accesa l in chiesa. Quella lanterna, alla maniera della prima volta, saccost al confessionario, e, al suo chiarore, don Ferdinando ravvis luomo dal ferraiuolo. Costui mosse diritto verso laltare, sollev lultimo de suoi tre gradini, vi tolse una cosa che don Ferdinando non pot distinguere, savvicin al muro, parve introdurre una chiave in una toppa, e apr per met una porta segreta, posta tra due pilastri, e che faceva girare unala di pietra. Lo sconosciuto entr, chiuse dietro di s la porticina, e scomparve.
Questa volta don Ferdinando era ben desto; non avevavi dubbio alcuno, non era quella una visione.
Don Ferdinando stette allora pensando a qual partito dovesse appigliarsi. Se fosse stato giorno, se avesse avuti col testimoni che potessero applaudire al suo coraggio, se egli fosse stato sollecitato da un movente dorgoglio qualunque, avrebbe atteso quelluomo al suo ritorno, lo avrebbe affrontato, e gli avrebbe colla spada alla mano, chiesta la spiegazione del mistero. Ma il contino era l in quelloratorio solo, era notte, non cera anima dapplaudire al modo col quale il cavaliere avrebbe affrontato il pericolo, e per don Ferdinando di retta alle voci della prudenza. Or ecco quello che la prudenza gli consigli.
Lo sconosciuto erasi inginocchiato dinanzi laltare, avea sollevato un gradino, e sotto quel gradino avea tolta una cosa, che senzaltro dovea essere una chiave, giacch con quella cosa aveva aperta una porta. Ora, voleasi credere che, uscendo, avrebbe deposta la chiave l ove laveva tolta, e che quindi si allontanerebbe per sette o otto giorni. Quello che il conte potea quindi fare di meglio, si era dattendere che colui se nandasse, prendere la chiave, aprire egli pure la porta e discendere nel sotterraneo.
Questo divisamento era cotanto semplice, che non  a meravigliarsi che occorresse al pensiero di don Ferdinando, e chei vi si arrestasse. Il che non toglie come potrebbe per avventura qualche spirito effervescente immaginare, che don Ferdinando non fosse un valente e cavalleresco giovane in massimo grado; ma, come noi dicemmo, non vi erano col testimoni, s che la prudenza la vinse sullorgoglio.
Attese quasi due ore senza vedere alcuno a ricomparire. Suonavano le quattro del mattino quando la porta si riaperse. Luomo dal ferraiuolo usc colla sua lanterna in mano, saccost allaltare, lev la pietra, nascose le chiave, racconci di bel nuovo lo smosso gradino, in modo che fosse impossibile lo scorgere chesso si levava o si abbassava a piacere; pass ancora vicinissimo a don Ferdinando, spense la sua lanterna, e uscito, chiuse la porta della cappella, lasciando don Ferdinando solo nella chiesa e quasi padrone del segreto.
Per quanto il conte fosse impaziente di provarsi ad aprire il sotterraneo, non avendo egli pensato a provvedersi di lucerna, gli fu mestieri attendere sinch fu giorno. Daltronde, quando pi don Ferdinando aspettava, tanto pi luomo dal ferraiuolo allontanavasi, e lo assicurava di non venire sorpreso. I primi raggi del giorno nascente penetrarono alfine pei vetri colorati della cappella, e don Ferdinando, uscito dal confessionario, corse allaltare, e sollev il gradino, che si smosse tra le sue mani con non minore facilt che in quelle dello sconosciuto. Dapprima egli non vide cosa alcuna che somigliasse a quanto ricercava, ma poscia, guardando meglio, in una fessura vide un bischero di legno, e, raccoltolo, esso gli lasci cadere in mano una chiavetta rotonda, simile alla chiave dun pianoforte. Il conte se la gir in mano attentamente considerandola, spinse il gradino al suo posto, saccost anchegli al muro, e questa volta, guidato dalla certezza, discopr, nellangolo del pilastro, un piccolo foro rotondo, quasi invincibile a cagione dellombra che proiettava la colonna. Vintrodusse tosto la chiave, e la porta gir sopra i suoi gangheri con una facilit che, attesa la sua pesantezza, parea meravigliosa. Egli scorse allora un oscuro corridoio, e sent uscirne una fredda umidit. Del resto, non un raggio di luce, non il minimo rumore.
Don Ferdinando sarrest. Era imprudenza lavventurarsi sotto quella vlta dove qualche trabocchetto, teso nellandito, potea per avventura crudelmente punire della sua curiosit lindiscreto visitatore. Chiuse la porla, e per allora pago della sua scoperta, ritornossene al castello, deciso di munirsi duna lanterna per la notte seguente, e dare compimento alla sua investigazione.
Don Ferdinando pass tutta la giornata in unagitazione facile a comprendersi. Chiam ben venti volte il giardiniere, interrogandolo, quasich sperasse sapere qualche cosa in proposito che non avesse saputa; ma il buon uomo non potea che ripetergli quello che gli avea gi detto; aggiunse per che luomo dal ferraiuolo era stato veduto il giorno innanzi. Ci saccordava maravigliosamente con lapparizione della notte, e raffermava don Ferdinando nella sua credenza, essere colui lo stesso chegli avea visto nella cappella.
Alle dieci della notte, don Ferdinando usc dal castello con una lanterna cieca, armato dun paio di pistole e duna spada. Entr nella cappella senza incontrare persona viva, smosse nuovamente il gradino, ritrov la chiave al suo posto, apr la porta, e loscuro corridoio gli si affacci. Questa volta, munito della lanterna, vi sarrischi, ma fatti appena venti passi, trov una scala, e, nel fondo di questa, un uscio chiuso, e del quale non avea la chiave. Irritato di quel inatteso ostacolo, scosse la porta colla speranza che saprisse; ma la porta stette salda, e il conte vide che, senza una lima o una tenaglia, non gli era altrimenti possibile romperne la serratura. Fu un istante che pens a chiamare, ma confesseremo, da veridici narratori, che, nellistante di metter fuori la voce, egli sarrest con un fremito involontario; tanto, in simil luogo, tutto gli sembrava terribile e misterioso, persino il suono della sua voce!
Tornossene quindi lentamente addietro, e chiusa la porta, e rimessa la chiave al suo sito, riprese la via del castello per procurarsi una lima ed una tenaglia.
Sulla strada, incontr un uomo che, a cagione delloscurit, non riconobbe; daltronde, questuomo, nel vederlo, si era tirato dallaltra parte della via, e quando don Ferdinando mosse verso di lui, anzich attenderlo, avea piegato a destra, ed era scomparso come un fantasma, attraverso i papiri e i giunchi che costeggiavano la strada.
Don Ferdinando tir di lungo senza molto abbadare a quello scontro, nel quale non eravi poi nulla di straordinario; giacch in tutte le strade della Sicilia vhan molte persone che nella notte n savvicinano, n amano che altri lor saccosti. Ad ogni modo, era sembrato al conte che quelluomo fosse avvolto in un ampio ferraiuolo simile a quello dello sconosciuto della cappella. Questo sospetto stuzzic vi pi don Ferdinando a dare compimento nella medesima notte alla sua impresa. Don Ferdinando da qualche giorno aveva fatto a s medesimo concessioni chei di quando in quando riguardava come troppo prudenti, e risolse adunque di finirla questa volta, e non retrocedere dinanzi a nulla. Il giovine non trov n lima, n tenaglia, e in quella vece diede di piglio ad una leva di ferro che allincirca tornava lo stesso, colla differenza, che in luogo daprire la seconda porta, lavrebbe dovuta sfondare. A lui poco importava del modo con che avesse potuto rimuovere lostacolo della seconda porta, purch la rimuovesse. Armato di questo strumento e mutata la candeletta della sua lanterna, don Ferdinando tornossene alla cappella.
Ogni cosa parea col nello stato di prima. La porta di entrata era chiusa a doppio giro cos comegli lavea chiusa. Il conte, levato il gradino, tir il bischero, lo scosse, ma indarno; la chiave non vi era pi. Certo nella sua assenza lo sconosciuto era tornato, e a quellora stavasi nel sotterraneo.
Noi abbiam gi detto che don Ferdinando avea fermo di pi non dare addietro; onde si rialz pallido, ma tranquillo: esamin gli acciarini delle sue pistole, assicurossi che la spada usciva liberamente dal fodero, e si accost al muro per ascoltare se sentisse qualche rumore. Nellistante chegli avvicinava lorecchio al foro, la porta si apr, e don Ferdinando si vide di fronte luomo del ferraiuolo.
Ambedue fecero per istinto un passo addietro, sollevandosi vicendevolmente al volto la lucerna che ciascheduno portava in mano. Luomo del ferraiuolo vide allora colui che gli stava dicontro essere quasi un fanciullo, e un sorriso di scherno gli spunt sulle labbra. Don Ferdinando saccorse e di quel sorridere, e della cagione del medesimo, e risolse di provare allo sconosciuto che errava nel giudicarlo.
Ci fu un istante di silenzio, durante il quale sguainarono ambidue le spade, perch lo sconosciuto avea anchegli sotto il ferraiuolo una spada: sol che non avea pistole.
Chi siete? chiese imperiosamente don Ferdinando, rompendo pel primo il silenzio.
E che venite voi a fare in questa cappella, e a questora?
Cosa venite a farci voi stesso, mio caro signorino? rispose sogghignando lo sconosciuto; favorireste dirmi chi siete, voi che mi parlate con tanta arroganza?
Io sono don Ferdinando, figlio del marchese di San Floridio, e questa cappella appartiene alla mia famiglia.
Don Ferdinando, figlio del marchese di San Floridio? replic con meraviglia lo sconosciuto. E come siete voi qui a quest' ora?
Non dimenticate che spetta a me linterrogare. Ditemi come ci siete voi?
Questo, mio signorino, riprese lo sconosciuto, uscendo dal corridoio, chiudendo la porta e mettendosene in tasca la chiave,  un segreto, che con vostro permesso, io terr per me, perch me soltanto riguarda.
Quanto avviene in casa mia  di mia ragione, rispose don Ferdinando; il vostro segreto o la vita. Cos dicendo, dirizz la punta della spada al volto dello sconosciuto, il quale, visto folgoreggiare il ferro del giovinetto, lo rimosse di forza col suo.
Oh! oh! riprese il conte, il quale per rapido che fosse stato quel movimento, aveva per tosto compreso che il suo avversario non sapea di scherma. Voi non siete nobile, mio caro amico, giacch non sapete tener in mano la spada. Non siete dunque che un villano; la cosa  diversa. Il vostro segreto, o che io vi faccio appiccare.
Luomo del ferraiuolo mise un ruggito dira; fece come per gettarsi sopra il contino, poi si rattenne.
Sentite, disse ricomponendosi, sentite, signor conte, io desidero salvarvi la vita pel nome che voi portate: ma ci mi sarebbe impossibile, ove voi insisteste davvantaggio per sapere quello che io sono venuto a far qui. Partite allistante, dimenticate quanto vedeste, pi non tornate in questa cappella; giurate su cotesto altare che non direte mai a chicchessia di avermi veduto in questo luogo. Io so che i San Floridio sono uomini donore, e che voi non mancherete al vostro giuramento: a questa condizione posso lasciarvi la vita.
Don Ferdinando a tai parole fremette.
Miserabile! grid; tu osi minacciare, mentre dovresti impallidire? Tu interroghi quando dovresti rispondere? Chi sei tu? che vieni qui a fare? ove conduce questa porta? Rispondi, o sei morto.
E il conte appunt nuovamente la sua spada al petto dello sconosciuto.
Questa volta luomo del ferraiuolo non fu pago di parare, ma assalt, gettando lungi da s la lanterna, onde celarsi, il pi che gli fosse possibile, ai colpi dellavversario. Don Ferdinando, steso verso di lui il braccio sinistro, lo rischiarava colla propria, e una lotta terribile simpegn tra la forza da una parte, e la destrezza dallaltra. Don Ferdinando di fronte al pericolo avea ripreso tutto il suo coraggio; per qualche tempo si limit a parare, con non minor destrezza che imperturbabilit, i colpi inesperti che gli dirizzava il suo nimico; poscia, incalzandolo alla sua volta con quel vantaggio che gli veniva dallo studio della scherma, lo sforz a dar addietro, lo sospinse contro una colonna, e gli vibr nel petto un colpo cos violento, che la punta del ferro attravers tutto il corpo dello sconosciuto, e si smuss contro la pietra della colonna. Il contino si ritrasse dun passo, a s traendo la spada, e mettendosi sulla difesa.
Ci fu un altro istante di silenzio mortale, e don Ferdinando, rischiarando lo sconosciuto colla sua lanterna, lo vide portare la mano sinistra al petto, mentre laltra, che pi non avea forza, lasciava cadere la spada. Finalmente, il ferito, piegandosi sopra s stesso, cadde ginocchioni, dicendo:
Son morto.
Se siete proprio cos gravemente ferito come voi dite, riprese don Ferdinando senza muoversi per timore di un inganno, parmi non fareste male pensando un po alla vostra anima, che non mi sembra in istato di grazia perfetta. Io vi consiglio adunque, se avete qualche segreto a palesare, di non perder tempo. Se desso  un segreto che possiate dire a me, eccomi qua; se  tale da non potersi confidare che a un prete, se cos vi piace, andr a chiamarvene uno.
S, disse il moriente, io ho un segreto, e un segreto che riguarda voi stesso, se, come diceste, voi siete il figlio del marchese di San Floridio.
Lo dissi, e lo ripeto. Io sono don Ferdinando, conte di San Floridio, lunico erede della famiglia.
Accostatevi allaltare e giuratelo sul crocifisso.
Il conte si sent punto che un plebeo rifiutasse prestar fede alle sue parole; ma pensando che gli conveniva pure usar qualche indulgenza ad un uomo che di certo andavasene a morire, saccost allaltare, sal i gradini, e prest il richiesto giuramento. 
Va bene, disse il ferito; ora accostatevi a me, e prendete questa chiave.
Il conte gli and appresso, stese la mano, e il moribondo vi mise una chiave. Il contino saccorse al tatto che non era la chiave della porta segreta.
Che chiave  questa? domand.
Voi andrete a Carlentini, riprese il ferito, dimanderete della casa di Gaetano Cantarello: entrate in questa casa solo, intendete? solo. Nella camera da letto troverete nel pavimento un quadrello segnato con una croce; sotto questo quadrello vi  una cassetta con entro sessantamila ducati; voi la prenderete perch  vostra.
La storia sta tutta qui? chiese il conte ed io, che non vi conosco, debbo essere il vostro erede?
Questi sessantamila ducati vi appartengono, perch furono involati a vostro zio, il marchese San Floridio di Messina. Chi li rub fui io stesso, Gaetano Cantarello suo servitore; non  questa una eredit, ma una restituzione. 
Eredit o restituzione, poco mimporta, rispose il contino; non sono i sessantamila ducati che io cerco, n questi sono il segreto che io voglio sapere. Prendete, continu il conte gettando a Cantarello la chiave, eccovi la chiave della vostra casa, e datemi invece quella del sotterraneo.
Venitela a prendere, disse Cantarello con fioco accento, perch io non ho pi forza di muovermi; qui, qui, in questaltra tasca.
Don Ferdinando sera, senza sospettare di nulla, avvicinato al moribondo, e curvavasi su di lui, quando questi, afferratolo colla mano sinistra, e con la destra ripresa tutto a un tratto la spada, gli vibr un colpo, che fortunatamente sdrucciol sopra una costa, e non gli apport che una leggiera ferita.
Infame traditore, grid il conte, cavando una pistola e scaricandola senzaltro addosso a Cantarello; muori adunque come un reprobo e come un cane, dacch tu non vuoi pentirti, n come cristiano, n come uomo.
Cantarello ricadde supino. Questa volta era morto davvero.
Don Ferdinando gli fu sopra con in mano laltra pistola, temendo di un nuovo inganno, poscia, accertatosi che non avea pi nulla a temere, frug nei vestiti del morto, ma senza rinvenire la chiave della porta segreta. Certo, nella mischia, Cantarello lavea gettata dietro di s, sperando cos trafugarla al suo avversario.
Don Ferdinando, raccolta la lanterna che avea lasciata cadere, si diede a cercare la chiave, che gli sfuggiva di continuo in cos strana maniera. Dopo alcuni istanti, affievolito pel sangue che perdeva, si sent rombare gli orecchi, quasi che tutte le campane della cappella suonassero a un tempo; gli parve che i pilastri che sostenevano la vlta si levassero da terra, e gli ballassero attorno, e che i muri gli si piegassero sopra, e lo soffocassero come in una tomba. Corse verso la porta della cappella per respirare laria sana e fresca del mattino, ma, fatti appena dieci passi, stramazz svenuto.
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2. CARMELA.
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Quando don Ferdinando risens, era adagiato sopra il suo letto nel castello di Belvedere: sua madre piangeva al di lui fianco, il marchese passeggiava per la stanza a lunghi passi, e il medico sapparecchiava a cavargli sangue per la quinta volta. Il giardiniere, al quale il contino avea tante volte chiesto delluomo dal ferraiuolo, non era stato tranquillo veggendo uscire il suo padrone ad ora s tarda, gli aveva tenuto dietro da lontano, avea inteso lo sparo della pistola, era entrato in chiesa, ed avea trovato don Ferdinando svenuto e Cantarello ucciso.
La prima parola che usc di bocca a don Ferdinando, fu se la chiave era stata rinvenuta; il marchese e la marchesa scambiarono unocchiata irrequieta.
Non temete, disse il medico; dopo una ferita cotanto grave, non  a stupirsi che lammalato abbia un po di delirio.
Io sono perfettamente in sentore, riprese don Ferdinando, e so benissimo quel che io mi dico. Domando se si  trovata la chiave della porta segreta, una piccola chiave fatta come quella di un pianoforte.
Oh! povero figlio mio! esclam la marchesa, giungendo le mani ed alzando gli occhi al cielo.
State di buon animo, rispose il dottore;  un delirio passeggiero, che con un quinto salasso....
Andateve al diavolo voi e i vostri salassi. Mi avete fatto perdere maggior quantit di sangue voi colla vostra maledetta lancetta, che quello sciagurato di Cantarello colla sua spada.
Egli  pazzo! mio Dio,  pazzo! grid la marchesa. 
Ad ogni modo, mio caro padre, prosegu il conte, la mia pazzia non sar venuta fuor di proposito rapporto ai vostri interessi, giacch io vi ho ritrovati i sessantamila ducati che voi credevate perduti, e che in quella vece sono a Carlentini, appi del letto di Cantarello, sotto un quadrello segnato duna croce; voi potete mandarli a prendere, e vedrete se sono un pazzo. Eh lasciatemi tranquillo, dottore, io ho bisogno di un buon pollastro arrosto e di una bottiglia di Marsala, e non dei vostri maledetti salassi.
Questa volta tocc al medico a levare gli occhi al cielo.
Mio figlio, mio caro figlio! grid la marchesa; tu vuoi propriamente farmi morire di dolore?
Un salasso  desso al tutto indispensabile? dimand il marchese.
Assolutamente.
Ebbene, non si ha che a chiamare quattro servi che lo terranno fermo, intanto che voi pungerete la vena. 
Oh! mio Dio, disse il contino, non c bisogno di tanto. Avete voi piacere che io mi faccia cavar sangue, signora marchesa?
Sicuro, giacch il medico dice che un salasso ti far bene.
In questo caso, eccovi, dottore, il mio braccio. Ma sar lultimo, non  vero?
S, rispose il dottore; s, se questo basta ad alleggerire il cervello, e far cessare il delirio.
Siate certo, rispose il conte, che la testa sar alleggerita, e che il delirio pi non ricomparir. Or via, dottore, a voi.
Il dottore fece il salasso; ma il ferito, che era gi estremamente estenuato, non pot reggere a questa nuova perdita di sangue, e ricadde in deliquio, il quale per non dur se non pochi minuti.
Intanto che veniva suo malgrado salassato, don Ferdinando pensava che segli avesse nuovamente fatto parola di chiave di pianoforte, di porta segreta, o di denari nascosti, lo si crederebbe tuttavia in delirio, e che lo avrebbero salassato e risalassato a morte, per il che propose tra s stesso di pi non far cenno di tutto questo, e riservarsi a metter fine da s ad unimpresa, che da solo avea cominciato.
Il conte rinvenne quindi dal suo svenimento colle pi pacifiche disposizioni; abbracci sua madre, salut rispettosamente il marchese, e stese la mano al dottore, dicendogli chegli ben conosceva la vita allarte sua. A queste parole, il dottore dichiar che il delirio era intieramente scomparso, e chegli assicurava della guarigione.
Allora don Ferdinando sarrischi a chiedere come lavessero rinvenuto, e intese che il giardiniere lo avea seguito, e che, entrato nella chiesa, avealo scoperto per terra discosto dieci passi dal suo avversario, e in uno stato non molto diverso da quello dellucciso. Queste richieste altre ne suscitarono dal canto del marchese e della marchesa; ma don Ferdinando si restrinse a rispondere che, essendo entrato nella chiesa per sola curiosit, e perch passando dinanzi alla porta avea sentito l dentro dello strepito, vi era stato assalito da un uomo di alta statura, che credeva aver ucciso. Aggiunse che avrebbe avuto caro di ringraziare il giardiniere di tanta premura, e che pregava fosse permesso che, ove continuasse a migliorare, lo si appagherebbe allindomani.
Quella sera medesima, il marchese e la marchesa, approfittando di un istante in cui loro figlio dormiva, erano andati a cena. Don Ferdinando, svegliandosi, si trov solo, e intese alla porta della sua stanza la voce di Peppino che veniva a chieder contezza della salute del suo padroncino. Don Ferdinando chiam tosto un servo, ordinandogli dintrodurre il giardiniere. Il lacch, chera di servizio, esitava, perch il marchese avea proibito di lasciar entrare alcuno; ma don Ferdinando reiter lordine con voce tanto imperiosa, che il lacch, dopo aver dal contino ottenuta la promessa che nol tratterrebbe che un istante, introdusse il giardiniere.
Peppino, gli disse don Ferdinando s tosto fu ribattuto luscio, tu sei un bravo giovine, e mi rincresce di non avere avuta in te maggior fiducia. Ci son centonce da guadagnare se mi obbedisci, ma obbedisci a me solo.
Vostra eccellenza comandi, rispose il giardiniere.
Che cosa han fatto delluomo da me ucciso?
Fu trasportato nella chiesa del villaggio, ove venne esposto onde sia riconosciuto.
Ed  stato riconosciuto?
S.
Per chi?
Per luomo dal ferraiuolo che capitava in tratto in casa del Rizzo.
Ma e il suo nome?
Non si conosce.
Bene. Gli hanno frugato nei panni. 
S. Ma altro non gli si trov indosso che del denaro, dellesca, una pietra focaia, e un battifuoco. Tutte queste cose stanno presso il giudice.
E non avea nelle tasche una chiave?
Non credo.
Va dal giudice, esamina diligentemente gli oggetti trovati indosso al morto; e se fra questi vi  una chiave, torna tosto a dirmi com fatta. Se non la vi , corri nella cappella, gira attorno alla colonna presso della quale giacea colui, e cerca attentamente; tu vi ritroverai due chiavi.
Due?
S; una a un dipresso simile a quella di questo forziere; laltra.... leva il coperchio a quel clavicembalo; egregiamente, or dammi un istrumento di ferro che devessere in uno di quegli scompartimenti; bravo, quello appunto; laltra chiave  a un dipresso simile a questa. Intendi?
Perfettamente.
Ne trovi tu una o ne trovi due, mi recherai quella che avrai rinvenuto, ma a me soltanto, capisci? a me soltanto.
A voi solo, ho capito.
A rivederci domani.
Domani sar da vostra eccellenza.
Ah! senti, vieni quando mio padre e mia madre faranno colazione, onde noi possiamo ciarlare a nostro beneplacito.
Benissimo, apposter lora.
E le tue cento once ti staranno aspettando.
Giungeranno in buonora, giacch io sto per isposare la figlia del Rizzo, un bel pezzo di ragazza!
Zitto! ecco mia madre che ritorna. Vattene per quel gabinetto, discendi dalla scaletta, e fa chella non ti vegga.
Peppino obbed. Quando la marchesa fu nella stanza, trov il figlio solo e perfettamente tranquillo. 
Allindomani, allora convenuta, Peppino ritorn. Egli aveva eseguita la sua commissione con molta intelligenza. Tra gli oggetti depositati presso il giudice, eravi una chiave comune, e simile a quella del santuario, che era stata ritrovata vicino al cadavere. Peppino, assicuratosi di questo, erasi condotto alla cappella dove, diligentemente ricercando, aveva rinvenuta nel lato opposto laltra chiave fatta alla maniera di quella del clavicembalo, e che Cantarello avea senzaltro gettata lontana da s. Il contino ansiosamente la prese e la ravvis per la stessa chegli avea trovato sotto il primo gradino dellaltare, e che apriva loscuro corridoio. La nascose sotto il capezzale, e rivoltosi a Peppino: 
Ascolta, gli disse, io non so quando potr levarmi; ad ogni modo apparecchia in casa tua, per allora che potr alzarmi una sega ed una tenaglia.
S eccellenza.
Peppino usc, e don Ferdinando rimasto solo, volle vedere se le forze gli cominciavano a ritornare, onde sceso dal letto tent fare il giro della camera, ma dopo tre o quattro passi saccorse che seguitando sarebbe caduto in deliquio, e affrettossi dunque a coricarci, persuaso che, innanzi di metter mano a suoi disegni, gli era mestieri attendere daver riprese le usate forze.
Rimase perci, e quel giorno e quello che venne appresso in tutta quiete, altri segni pi non presentando di delirio, se non che di chiedere di tratto in tratto un po di pollastro e vino di Marsala, in luogo delle sciagurate tisane che gli si davano a bere. Quelle dimande parvero al medico pazze e intempestive, talch, a suo avviso, rimaneva a combattersi un po di febbre. Prescrisse quindi che si dovesse insistere coi decotti, e parl di un sesto salasso nel caso persistesse quellappetito disordinato che indicava manifestamente unaffezione del ventricolo. Don Ferdinando fe tesoro dellavvertimento, e veggendosi nelle mani del dottore, perch di peggio non gli avvenisse, si rassegn a bere i decotti.
La sera, quando lammalato stava per addormentarsi, entr la marchesa con quattro lacch, che, dietro un segno fatto loro dalla stessa, si soffermarono sulla porta. Don Ferdinando, immaginandosi gli si volesse trar sangue, tutto spaventato chiese alla madre che significasse quellapparato. La marchesa, con ogni possibile riguardo, lo chiar come la giustizia avesse fatte inquisizioni rispetto allavventura della cappella rimasta insino allora molto oscura, e come venisse avvertita, in quellistante medesimo, che don Ferdinando dovea essere arrestato allindomani; che perci avea fatto preparare una lettiga per trasportarlo a Catania, ove starebbe in pace presso sua zia, fin a tanto che venisse fatto al marchese di accomodare quella sgraziata vicenda.
Contro ogni aspettazione della marchesa, don Ferdinando non oppose a quella deliberazione nessun ostacolo. Egli tostamente immagin che il medico non lavrebbe seguito sino al nuovo asilo che gli veniva dischiuso, e sper che le sue ordinazioni, attesa la distanza, perderebbero alquanto della loro ferocia, e nella lontananza scorgeva, come attraverso una nube color di rosa, quel beatissimo pollastro e quella bottiglia di Marsala che da tre giorni erano loggetto di tutti i suoi desiderii. Daltronde sper puranche che la sorveglianza, sotto la quale vivrebbe a Catania, sarebbe stata meno severa che a Siracusa, e che una volta chegli si fosse alzato, riuscirebbe pi di leggieri a sottrarsi dalla casa della zia che dal castello materno. Vogliamo aggiungere che il conte si risovvenne benanco di quei begli occhi neri che si erano bagnati di lagrime alla sua partenza.
Quando la marchesa aveva parlato al contino darresto, ben gli cadde in animo di portarsi al tribunale, e raccontare ai giudici tutto lavvenuto; ma egli con grande sagacia avvis che i mezzi, dei quali intendeva servirsi il marchese per sopprimere quel processo, avrebbero avuta efficacia maggiore di tutti gli schiarimenti chesso potea dare in proposito. Laonde, anzich menomamente mostrarsi restio a quellandata, come la marchesa avea dapprima temuto, il contino di buona voglia vi condiscese. Presa con s la chiave misteriosa, lasci che i quattro lacch lo levassero dal letto, e lo trasportassero nella lettiga, ove mollemente lo adagiarono. La sola cosa di cui don Ferdinando preg la madre fu di fargli tenere al pi presto sue nuove a mezzo di Peppino; e la marchesa, non vedendo in questo che un desiderio ragionevolissimo e unaffezione figliale, volentieri gliel promise.
Erasi gi spedito innanzi un messo alla ragguardevole zia, s che il ferito, al suo arrivo, trov ogni cosa apparecchiata per riceverlo. Il messo, come altri pu immaginarsi, fu interrogato colla massima curiosit; ma non pot dire pi di quanto sapea, per cui lavventura che conducea don Ferdinando a Catania, non essendo conosciuta se non ne suoi terribili effetti, nulla avea perduto del suo misterioso interesse. Perci il contino comparve agli occhi della giovinetta siccome uno degli eroi pi amabili da romanzo chessa avesse mai immaginato.
Don Ferdinando non si era dal canto suo dilungato dal vero, immaginandosi il miglioramento igienico che lo attendeva mutando dimora. Gi sino dal primo giorno il decotto di erbe si mut in un brodo di rane, e gli fu permesso di mangiare alcuni cucchiai di conserva di ribes.
Non basta; la sera la bella giovinetta fu introdotta nella sua camera per fargli da guardia notturna: forse una simile tolleranza era un po troppo, ma il povero malato era proprio tanto debole che, a primo aspetto, ella non pareva, in coscienza, presentare alcuno inconveniente.
Lavvenimento giustific tutto ci. Per graziosa che fosse la sua curatrice, il ferito non lasci di dormire profondamente tutta la notte. Ond che lindomani, grazie a quel buon sonno, il malato aveva un aspetto migliore; era un avvertimento alla zia di continuare lo stesso regime, cui si accontentarono, nella giornata, di aggiungere un po di conserva di violette della grossezza duna noce.
Nella sera don Ferdinando vide entrare nella sua camera la sorvegliante assegnatagli. Il malato sintrattenne alquanto con lei, e le fece qualche complimento pel suo grazioso viso: ma poco stante la stanchezza vinse la galanteria, per cui voltando il naso contro il muro, chiuse gli occhi, e non li riapr che al seguente mattino.
Siccome il malato andava migliorando, nel terzo giorno ottenne, oltre il brodo di ranocchi, le confetture e la conserva, un poco di gelatina di carne che e trangugi con estrema riconoscenza per le belle mani che gliela porgevano. Ne risult che sollevando gli occhi dalle mani al viso, si trov al cospetto della pi deliziosa figura che avesse vista.
Il conte sinform allora come si chiamasse, non dubitando, diceva egli, che un bel nome appartener non dovesse ad una cos bella persona. La giovine rispose che si chiamava Carmela; don Ferdinando trov tal nome il pi caro che mai avesse inteso; lo pronunzi dunque pian piano pi di venti volte nel tempo che trascorse dal suo leggero desinare allora in cui la bella giovanetta, veniva a portargli la pozione della sera.
Carmela arriv allora fissata, e un po forse anche prima. Don Ferdinando la ringrazi della sua esattezza, e la poverina, gettando gli occhi sul pendolo, e vedendo che era venuta venti minuti prima, arross nella maniera pi graziosa del mondo.
Bevuta la pozione, Carmela and a sedere in una gran poltrona che stava nellaltro canto della camera: il malato domandolle allora colla voce pi carezzevole, perch si allontanasse. Carmela rispose farlo per non disturbare il suo sonno; don Ferdinando replic di non avere alcuna volont di dormire, e supplicarla anzi di farle la grazia di discorrere con lui. La giovane lo volle compiacere.
Per un istante i due giovani rimasero muti, Carmela cogli occhi chini e don Ferdinando invece cogli occhi fissi su di lei. Allora pot mirarla a suo bellagio: era nellassieme una delle pi vaghe creature che si possano immaginare: avea capelli nerissimi che sfuggivano al disotto della sua cuffia bianca; due occhi cilestri, splendidi e grandi; un naso profilato, come quello delle statue greche; una bocca del colore di quel corallo che si pesca presso il capo Passaro; la taglia di una ninfa vetusta, e un piede da fanciullo. Se qualche menda eravi in quella perfetta bellezza, era il pallore un po soverchio del volto, che facea maggiormente spiccare i due plumbei cerchietti che attorniavano i suoi occhi, e vi stavano come segnale dinsonnio e di dolore.
Poich lebbe non brevemente contemplata, il giovane ruppe il silenzio.
Come  possibile, disse, che cos leggiadra fanciulla, quale voi siete, non sia felice? e come  mai possibile che vabbia sotto il cielo chi, snaturato, strappi delle lagrime ad occhi cos belli, per ottenere uno sguardo dei quali si darebbe volentieri la vita?
La fanciulla trasal, quasi quella domanda avesse risposto ai segreti suoi pensieri, e don Ferdinando vide due liquide e brillanti perle tremolare sugli orli delle lunghe ciglia, e cadere, luna dopo laltra, sui ginocchi di Carmela.
Cos volle Iddio, rispose la fanciulla, facendomi preceder nella nascita da un fratello e da una sorella, ai quali mio padre destina tutte le nostre ricchezze. Non rimanendo per me alcuna dote, mi vogliono rinchiudere in un monastero e la vostra signora zia alla quale mi hanno affidata, mi dovr presentare alla badessa delle Orsoline.
Ed  vostro padre che esige da voi un cotal sacrificio? chiese don Ferdinando.
S,  mio padre rispose Carmela, sollevando al cielo i suoi bellissimi occhi.
E chi  questo padre crudele?
Il conte don Francesco di Terranova.
Il conte di Terranova! esclam don Ferdinando; ma  lamico di mio padre.
Oh! mio Dio, appunto; e quanto io potei ottenere da lui, si fu che posto mi avrebbe nel convento delle Orsoline.
Rinuncierete al mondo senza rincrescimento?
Io non ho ancora veduto del mondo se non quanto si  potuto vedere dalla casa di mio padre sino in questa abitazione. Confesso per altro che un mortale spavento mi assale al pensiero del prossimo monastero, e pi dellistante nel quale dovr pronunciare i voti.
Oh! s certo, disse don Ferdinando, ci vi si legge in faccia; voi non siete nata per vivere in un chiostro; avete un cuore troppo tenero ed amoroso: non  cos?
Aim! pur troppo! disse sottovoce la giovane.
Voi non potreste veder soffrire senza lasciarvi commuovere dalloggetto che soffre. Ah s, dacch vi ho veduta, ho sentito il mio cuore pieno di speranza!
Mio Dio! domand la giovane; che posso io fare per voi? 
Voi? potete rendermi la vita, disse don Ferdinando, con unespressione che penetr sino al fondo dellanima di Carmela.
Che debbo fare perci? soggiunse quella; parlate.
Ma, voi non vorrete..... avrete ricevute raccomandazioni troppo severe; mi lascerete forse morire per non mancare ai vostri doveri.
Morire! esclam Carmela.
S, morire, rispose il conte dun tuono languente, lasciandosi cadere sullorigliere, mi sento vicina la morte.
Deh! parlate; e se posso fare qualche cosa per voi....
Certo voi potete far tutto per me, se volete, poich siamo soli, non  vero? e, eccetto noi, non veglia alcuno qui?
Ma  cosa tanto difficile quella che voi desiderate? dimand la bella infermiera arrossendo.
Voi non avete che a volere, rispose don Ferdinando.
Allora... dite, balbett Carmela.
Procuratemi un pollo arrosto ed una bottiglia di Marsala.
Carmela non pot trattenersi dal ridere.
Ma ci vi far male, dissella.
Mi far male? soggiunse don Ferdinando; figuratevi che spero da ci la mia guarigione. Ma v, per farmi morire, una congiura della quale  capo quellinfame dottore: voi, s, lo veggo bene: voi cos buona e bella; voi, per la quale io sento damare la vita.
Ma mi promettete di mangiarne pochissimo, n vero?
Unala sola.
Non berrete che poche gocce di vino?
Una lacrima appena.
Ebbene, vado a cercarvi ci che desiderate.
Ah! voi siete una santa! sclam don Ferdinando, prendendole le mani e baciandole con un trasporto meno etereo che nol permettesse la test datole denominazione.
Carmela ritir la mano, come se, in luogo delle labbra di don Ferdinando, avesse sentito toccarsi da un ferro rovente.
Quanto al conte, egli vide allontanarsi la bella giovanetta con un sentimento di viva riconoscenza che toccava lammirazione, e durante la sua assenza, confess pi volte a s stesso che non aveva mai vista, neppure in Palermo, alcuna donna che, per grazia, vaghezza e candore, potesse stare al confronto di Carmela.
Fu ben altra cosa, allorch la vide comparire portando in una mano un tondo con sopravi la desiderata ala di pollo, e nellaltra un bicchiere di cristallo a met pieno di vino di Marsala: non fu pi per lui una semplice mortale, fu una dea: fu Ebe che serve lambrosia e versa il nettare.
Non ho potuto portarvi tutto ad una volta, disse la bella provveditrice, deponendo il tondo ed il bicchiere sur un tavolino che avvicin al letto del malato; ma vado tosto a prendervi del pane perch lo mangiate col pollo, ed alcune confetture che vi servano di frutta: attendetemi.
Andate pure, disse don Ferdinando, e sopra tutto tornate presto: poich tutto mi parr migliore quando sarete presente voi.
Ma per quanta diligenza usasse onde riedere sollecitamente, la fame del povero Ferdinando era cos divorante, da non poter attendere il di lei ritorno; e allorquando essa rientr, trov che lala del pollo era mangiata ed il bicchiere Marsala intieramente vuoto: allora gli dette pane e confetture, e tutto pass a maraviglia.
Finita la cena, bisognava fare in modo che ne sparissero le tracce, e Carmela riport alla dispensa i tondi ed il bicchiere.
Ciascuno pu immaginare che leccellente pasto fatto da don Ferdinando aveva servito ad accrescere i sentimenti ancora vaghi ed incerti che, alla prima vista, sentiva nascere nel suo cuore per la bella Carmela, e mentre essa era discesa nel suo appartamento, ei pensava di continuo a quella legge la quale avrebbe astretta una fanciulla cos amabile ad un eterno celibato, e ci perchessa aveva la disgrazia di avere un fratello il quale, per sostenere lonore del suo rango, aveva bisogno di tutte le sostanze paterne. Questa riflessione era del resto per lui affatto nuova, perciocch aveva inteso parlare venti volte di sagrifizi consimili, e forsanco maggiori, senza porvi la menoma attenzione. Donde veniva dunque che questa volta il conte di Terranova gli sembrava un tiranno, appo cui Dionigi il vecchio era ai suoi occhi un personaggio buono ed umano?
Allorch Carmela rientr nella camera del malato, la prima cosa che osserv fu lespressione tenera e appassionata del suo sguardo; epper, dopo aver fatto tre o quattro passi, sarrest quasi esitasse a riprendere il posto che occupava vicino al suo letto, ma il conte la invit con un gesto tanto supplichevole, che ella non ebbe l forza di resistergli.
Per quanto luomo venga trasportato in alto dalla propria immaginazione, pure  sempre in lui una parte materiale cui per lungo tempo non valgano a sollevare le ali dellamore, della poesia o dellambizione.
La parte materiale tende alla terra come laltra tende al cielo, ma essendo pi pesante di codestaltra, essa, la materiale, riconduce incessantemente luomo nella sfera dei bisogni fisici; cosicch il povero don Ferdinando, che si trovava vicino ad una amabilissima fanciulla, da principio aveva pensato alla fame, ed estinto questo bisogno, si vide immediatamente attaccato dal sonno. Ma, convien dirlo a sua gloria, invece di cedere subito a questo secondo avversario siccome avea ceduto al primo, tent di lottare contro lui: la lotta per fu corta e sfortunata, perch non appena cominciata, ei dovette arrendersi; e saddorment.
Fece un lungo e buon sonno, pieno di sogni piacevoli, si dest col sorriso sulle labbra e lamore negli occhi. La povera fanciulla lavea guardato lungo tempo dormire, ma poi il sonno venne anche a lei. E con tutto garbo laveva imitato.
Don Ferdinando si svegli pel primo: la prima cosa che vide, aprendo gli occhi, fu la bella giovane addormentata e ravvolgendosi senza dubbio in qualche sogno probabilmente meno piacevole e ridente di quelli di lui, poich le lagrime le scorrevano attraverso delle chiuse palpebre; un brivido contraeva le sue pallide gote, ed un leggero tremolio agitava le sue labbra. Non tardarono i suoi lineamenti a prendere una espressione dindicibile spavento, tutto il suo corpo sembr disporsi ad una lotta disperata, delle voci interrotte le sfuggirono di quando in quando. Infine, con un grido forte, port le mani alla testa, e con tal violenza che ne rimase sciolta la cuffia, la quale lasci cadere liberamente sulle spalle i lunghi capelli. Nello stesso tempo questo parosismo di dolore la dest; apr gli occhi, e si trov dinnanzi a don Ferdinando. Allora essa mand un secondo grido, ma di gioia, e parve felicissima.
La povera Carmela sognava che suo padre la costringesse a pronunciare il voto, e non sera svegliata se non nellistante in cui aveva veduto avvicinarsi le forbici alla sua bella capigliatura.
Raccont tutta ansante ancora, il tristo sogno a don Ferdinando, il quale in questo mentre, giurava sotto voce che, sinch sarebbe stato vivo, non un sol capello ne lascerebbe cadere dalla di lei testa.
Era giunta lora in cui Carmela doveva lasciare il malato.
Appena partita la giovane, comparve la degna zia, e don Ferdinando, in luogo di confessarle la sua miglioria, le forze che riassumeva, si dolse di una estrema debolezza, maggiore di quella degli antecedenti giorni. Sua zia tutta spaventata, gli domand se era stato ben curato la passata notte; don Ferdinando rispose che al contrario, dacch era in casa sua, non aveva giammai trovata creatura cos assidua ed intelligente quanto quella, ed anzi la pregava di lasciargliela per la notte seguente. Don Ferdinando pronunzi questa preghiera con voce cos supplichevole e languida, che la buona donna non volle contraddirlo, temendo di alterare lo stato di un malato cos debole comera egli, anzi si affrett di assicurarlo che siccome quella guardia gli piaceva ed era di sua soddisfazione, ella non glie ne avrebbe date altre fuori di lei.
Rassicurato da questo lato, don Ferdinando ne attacc un altro, dicendo a sua zia che limmensa debolezza chegli aveva, dipendeva dalla mancanza assoluta di nutrimento.
La buona zia comprese di fatto che un giovane di ventanni non poteva vivere a brodi di rane, a confetture e conserve; per cui gli promise che nella giornata, oltre alle cose consuete, avrebbegli mandato un brodo ristretto ed un filetto di pesce. Poi, siccome i suoi doveri la chiamavano altrove, abbandon lammalato, lasciandolo un po confortato da quella doppia promessa.
Partita sua zia, don Ferdinando, vedendosi solo, volle far prova delle sue forze. Sei giorni prima lo stesso tentativo eragli riuscito vano; non cos questa volta, che gli torn felicissimo.
Dopo aver chiusa con cura la porta della camera, per non essere sorpreso in un'occupazione la quale avrebbe provato non esser egli poi tanto ammalato quanto voleva far credere, fece pi volte il giro della stanza senza stento alcuno, e soltanto con un residuo di languore; che sarebbe svanito presto senza dubbio col sistema di vita fortificante, che egli avea adottato. In quanto alla ferita, era totalmente rimarginata, ed i segni dei salassi quasi non si distinguevano pi.
Dopo questinvestigazione, don Ferdinando si mise alla sua toletta con una cura, la quale provava darsi egli in braccio a tuttaltri pensieri che a quelli dei quali era stato preoccupato fino allora; pettin e profum i suoi bei capelli neri, che il suo cameriere non avea n acconciati, n incipriati da quella notte che avea ricevuta la ferita, ma che per davano egualmente vaghezza al suo volto, restando del loro colore naturale: dopo di ci apr la porta e si rimise in letto attendendo gli avvenimenti.
La zia gli mantenne con iscrupolosa fedelt la data promessa, e don Ferdinando vide arrivare allora convenuta, il brodo ristretto, il filetto di pesce, ed anche un bicchierino di moscato di Lipari, che non entrava nellaccordo. Tutto ci era per verit distribuito con la parsimonia che dettava la tema di nuocergli, ma poteva pure sostentarlo un poco meglio di prima per la sua succolenza.
Questombra di pasto, lungi dal soddisfare la fame di don Ferdinando, bastava appena a tenerla a freno sino alla notte, e, la notte, non avea egli la buona Carmela per mettere tutta la dispensa a sua disposizione?
Carmela questa volta venne ancora pi presto della sera antecedente. La buona fanciulla non poteva nascondere la gioia che le avea causata la notizia datale dalla zia, che, sopra domanda di don Ferdinando, per lavvenire ella sola doveva essere la sua infermiera.
Nella sua riconoscenza, ella corse direttamente al letto del giovane, per ringraziarlo.
Don Ferdinando la guard con un s tenero e dolce sorriso che la povera fanciulla, senza sapere cosa si dicesse, mormor: Oh! quanto son felice! e cadde seduta, colla testa allindietro, sulla poltrona che si trovava vicino al letto.
Ferdinando poi era tanto felice che non si pu dire di pi, essendo la prima volta chegli veramente amava. Tutti i suoi amori di Palermo gli sembravano un nulla, anzi tutti falsi al cospetto di questo. Al mondo non vera che una donna per lui, Carmela. Dobbiamo per altro confessare che, per gustare interamente la sua felicit, ei comprese che bisognava sbarazzarsi di quel residuo di fame che lo tormentava tuttora. Guardando dunque Carmela pi teneramente che pot, le rinnov la preghiera della vigilia, solamente che questa volta la scongiurava di portargli un pollo intero ed una bottiglia piena.
Carmela si trovava in quella disposizione danimo in cui le donne pi non disputano, ma obbediscono ciecamente. Domand solo un indugio onde poter discendere colla certezza di non trovare alcuno per le scale o nello appartamento: aspettare un poco non era poi cosa tanto difficile. I due giovani parlarono di mille cose che volevano dir chiaro come la luce del sole che samavano; in seguito, quando Carmela credette lora propizia di poter sortire, si part sulla punta de piedi, con un lume in mano, e leggiera come un ombra. Un istante dopo rientr portando un vassoio completo. Ad onore di Ferdinando; diremo ora chegli, questa volta, guard la bella provveditrice e non la provvista, sebbene anche questa meritasse la sua attenzione; era uneccellente pollastra, una bottiglia di forma sottile e dal collo lungo, e una piramide di quelle frutta, che Narsete mand per campione ai barbari chei voleva attirare in Italia.
Vedete, disse Carmela, posando il vassoio sulla tavola, io vi ho obbedito perch... non so neppur io, perch non trovo parole da contraddirvi: ma ora, in nome del cielo, siate saggio, e pensate come sarei infelice se la mia compiacenza tornasse a vostro danno.
Ascoltate, le disse Ferdinando; v un mezzo per assicurarvi che non far eccessi.
E quale? disse la giovane.
Quello di partecipare al pasto ancora voi.
Ma non ho fame, disse Carmela.
Tanto meglio, replic Ferdinando; cos, lopera si fa pi meritoria: voi vi sacrificherete per me; ecco tutto.
Ma, rispose Carmela, un po pi disposta a compiacerlo, e dargli nuova prova della sua obbedienza, oggi  mercoled, ed  giorno di magro; quindi noi non possiamo mangiar di grasso senza dispensa.
Guardate, disse don Ferdinando dirizzando il dito verso lorologio a pendolo che segnava precisamente mezzanotte, e dando, colla pausa dun momento, ai dodici colpi il tempo di battere, guardate, ora siamo in gioved, giorno di grasso; non avete dunque pi bisogno di dispensa; avrete la coscienza sicura ed una buona azione di pi.
Carmela non rispose, perch, come gi dicemmo, ella non vedeva pi che per don Ferdinando, e le voglie di lui eran le sue; ond che prese la seggiola e si mise a sedere in faccia a lui.
Ma che fate l? domand il giovane. Non vedete che siete troppo lontana da me, e chio non potr arrivare a niente senza correr rischio di fare uno sforzo il quale pu far riaprire la mia ferita?
Dite davvero! sclam Carmela spaventata; se  cos, ditemi allora dove io devo mettermi, che mi ci metter.
Qua, le disse Ferdinando indicandole la sedia alla sponda del suo letto, qua vicino a me; in questo modo non far fatica io, e voi non avrete nulla a temere.
Carmela obbed perfettamente, e venne a sedersi dove indicavale don Ferdinando, cedendo a quel principio di carit cristiana, il quale vuole che sabbia misericordia agli ammalati ed agli afflitti. Lintenzione era buona; ma, siccome dice un antico proverbio, linferno  lastricato di buone intenzioni!
Eppure era un quadro degno di ammirazione, quei due bei giovani cos uniti come due uccelli sullorlo duno stesso nido, scambiantisi sguardi damore e col sorriso della felicit sulle labbra. Giammai n luno n laltra avevano fatta una cena cos squisita, n compreso che tante misteriose delizie esistessero in un atto cos semplice qual era quello cui stavano compiendo.
Lindomani, la buona zia, entrando nella camera di Ferdinando, gli annunzi un messaggero di sua madre; difatti, dietro lei si vide comparire Peppino.
Don Ferdinando, dalla vigilia, aveva tutto dimenticato, per ripiegarsi su s stesso e vivere nella sua felicit: quella vista gli torn alla mente tutto il passato, e fuvvi un momento in cui ogni cosa non gli sembr pi che un sogno; la sua vita reale non aveva cominciato se non se il giorno in cui aveva veduto Carmela, laveva amata e nera stato amato. Ma al comparirgli Peppino improvvisamente e tuttad un tratto come un fantasma, il sogno gli diveniva un fatto vero, anzi una seria e terribile verit. La di lui presenza richiamogli il pensiero di tutto quanto gli restava a discoprire nella misteriosa cappella: rimase taciturno per qualche istante, quindi ricomponendosi apr in presenza della zia la lettera che sua madre per quel mezzo gli dirigeva. La lettera annunziava che tutto andava bene con la giustizia, e che fra un mese la marchesa sperava rivederlo libero in Siracusa. Quando don Ferdinando fu solo con Peppino, sinform se era succeduto alcun che di nuovo a Belvedere dopo la notte chegli era stato ferito.
Non ci era stato mutamento alcuno: ignoravasi tuttavia il nome del morto, al quale si avea data sepoltura, dopo rilevate con processo verbale le sue ferite. Da quellepoca nessuno era pi entrato nella cappella, e alcuni villici diceano che, passando la notte di col, aveano uditi gemiti e un rumoreggiare di catene che parea venisse di sotterra; dal che riferivano che il trapassato fosse stato ucciso in peccato, e che lanima di lui si facesse cos sentire, per chieder preghiere a colui che con violenza e cos allimpensata lavea fatta uscire dal suo corpo.
Quei ragguagli fecero risorgere in don Ferdinando lantico desiderio di compiutamente chiarirsi di quella strana ventura. Obbligato per la ferita al letto, non avea almeno di sua volont lasciato trascorrere un tempo che potea essere prezioso, e ora che trovavasi quasi guarito, ora che le forze erangli tornate, ora che la volont sua non era da alcun ostacolo infrenata, deliber di por mano a quellimpresa, s tosto gli fosse possibile. Ordin dunque a Peppino di tener segreta la cosa e di tornare a lui di l a due notti, con due cavalli e una scala di corda. Come si vede, don Ferdinando avea in animo di evitare una contesa col guarda-porta del palagio, il quale, senza alcun dubbio, aveva ordine formale di non lasciarlo uscire. Avea quindi risoluto di andarsene per la cinta del giardino, giovandosi della scala di corda che gli avrebbe lanciata Peppino. 
Questi promise tutto quello che volle il conte. A norma degli ordini gi avuti, egli teneva pronte nella sua casa torce, tanaglie, leva e lime. Fu dunque convenuto che, nella notte del posdomani, i cavalli starebbero aspettando fuori della cinta, che Peppino batterebbe tre volte le mani, e che allo stesso segnale, ripetuto tre volte da don Ferdinando, getterebbe nel giardino la scala di corda.
Malgrado questo progetto, ed anzi, a motivo del medesimo, don Ferdinando continu a fingere sempre unestrema spossatezza: aveva in ci due scopi, luno di tenersi sempre vicino la Carmela, laltro di togliere a sua zia ogni sospetto chei volesse fuggire. Lastuzia riusc completamente. La povera donna laveva trovato talmente indebolito nel mattino, che torn la sera a rivederlo per sapere come si sentisse. Don Ferdinando le disse che aveva provato dalzarsi, ma che vedendo di non poter resistere, dovette ricoricarsi. La buona zia rimprover suo nipote di questimprudenza, e gli domand se era tuttora soddisfatto della sua infermiera. Egli le rispose, che avendo dormito tutta la notte, non poteva dirle cosa alcuna su tal proposito; che per si ricordava dessersi destato una volta, e daverla veduta pregare tacitamente. La buona zia alz gli occhi al cielo e si ritir edificatissima.
Ne risult che Carmela, per quelle informazioni, ebbe permesso dandare dal malato unora prima del consueto, ci che riesc dindicibile gioia pei due giovani, bench Carmela avesse pianto tutta la giornata: non cos don Ferdinando che non sentiva alcun dispiacere, e Carmela, trovandolo s allegro, non ebbe cuore di turbarlo con la sua tristezza. Daltronde, appena la mano del giovane ebbe tocca la mano di Carmela, appena i loro occhi ebbero scambiato uno sguardo, tutto fu obliato.
Il giorno seguente pass come gli altri; sol che don Ferdinando non sera giammai sentita lanima tanto piena di felicit come allora chegli amava quanto era riamato.
Pass la notte come le antecedenti e venne il giorno, lultimo che don Ferdinando rimaner dovea in quella casa: la notte seguente, Peppino doveva tornare a prenderlo coi cavalli.
Don Ferdinando non aveva coraggio di parlarne con Carmela: daltronde temeva che, per dolore o per debolezza, nol tradisse.
Allorch vide avvicinarsi lora in cui Peppino doveva essere a Catania, and verso la finestra, lapr, e mostrando a Carmela quel bel cielo stellato, le dimand se le dispiacesse di scendere seco lui nel giardino e respirare insieme unaria pregna di sapor marino.
Carmela voleva tutto ci che desiderava Ferdinando: la sua felicit non la faceva consistere in un luogo anzich in un altro, n respirando unaria piuttostoch unaltra: la sua felicit era quella di star vicina a lui, e di respirare con lui la stessa aria. Si accontent dunque di sorridere e rispondere: Andiamo.
Don Ferdinando si vest, ripose in tasca la chiave del suo quarto, discese nel giardino, appoggiato al braccio di Carmela, e andarono ambidue a sedere sotto un pergolato di oleandri.
Allora Ferdinando dimand a Carmela se conoscesse i dettagli dellavvenimento che gli avea procurato il bene di conoscerla. Carmela sapeva ci che era generalmente a cognizione di tutti, e gli disse che molto volentieri e con trasporto avrebbe inteso da lui simile racconto. Don Ferdinando le narr laccaduto, dal primo scontro di Cantarello sino al duello; e la povera Carmela, durante questo racconto, passava da tutte le angosce dellamore a quelle del terrore. Don Ferdinando se la sentiva avvicinare sempre pi, rabbrividire, tremare e fremere; e quando le parl del colpo di spada ricevuto, la giovine mand un forte grido, e poco manc non perdesse i sensi. Infine nel momento in cui avea appena terminato il racconto, il conte ud risuonare tre picchiate di mano dallaltra parte del muro. Carmela trasal.
Che cosa  questo? esclam.
Mami tu, Carmela? domand don Ferdinando.
Ma cosa  dunque questo segnale? ripet la giovane. Non mingannare, Ferdinando; io son pi forte che tu non credi: soltanto dimmi la verit: fa che io sappia ci che debba sperare o temere.
Ebbene, disse don Ferdinando,  Peppino che viene a prendermi.
E tu parti? domand Carmela, divenendo ad un tempo talmente pallida, che don Ferdinando temette vederla morire.
Ascolta, le disse allorecchio, vuoi tu partire con me?
Carmela si scuot, salz vivamente, ma ricadde ben tosto.
Ascolta, Ferdinando, dissella, o tu mami o non mami: se tu non mami, chio resti qui, o che ti segua, tu mi abbandonerai sicuramente, ed io ne morr di dispiacere; se tu mami, saprai ben venire a cercarmi col permesso ed il consenso di mio padre, non  vero? Il giorno dunque che ti rivedr, Ferdinando, che ti rivedr per chiamarti mio marito, sar il pi bello della mia vita. Se poi non ti rivedessi.... sapr morire.
Ferdinando le strinse la mano.
S, s, sclam, stanne tranquilla, ritorner sicuramente.
Il segnale si rinnov.
Intendi? disse Carmela; ti attendono.
Ferdinando rispose al segnale battendo tre volte nelle mani, e tosto un rotolo di corde cadde ai suoi piedi.
Carmela mand un sospiro che pareva un gemito, e il dolore che sentiva si sciolse in singulti cos profondi e sordi, che Ferdinando il quale aveva gi fatto un passo verso la corda, torn alla fanciulla.
Ascolta Carmela, le disse, di una sola parola, e non ti lascio pi.
Ferdinando, rispose la giovane, richiamando tutto il suo coraggio, tu lhai detto: in quel sotterraneo v nascosto qualche strano mistero; forse qualche creatura vivente vi sta seppellita: pensa che sono quattordici giorni che Cantarello  morto, e che tu sei stato ferito; e.... dopo quattordici giorni.... oh Dio mio!  spaventevole tal pensiero! Parti, parti, Ferdinando: se dun solo secondo ritardassi la tua partenza, forse ti vedrei ricomparire con aspetto severo ed accusatore; forse le prime tue parole sarebbero: Carmela! Carmela! sei tu la colpa... Ah parti, parti! ten prego.
E s dicendo, la giovinetta sera lanciata sullinvolto di corda, e preparava quella scala che doveva involarle quanto amasse ed avesse di pi caro al mondo.
Quella doppia vista, propria soltanto del cuore duna donna, le avea fatto presentire che nella cappella avesse luogo qualche orrenda catastrofe. Don Ferdinando, il quale, in sulle prime, riteneva che il sotterraneo non racchiudesse se non qualche tesoro, un ammasso doggetti preziosi, forse rubati, ora travedeva la probabilit di altre circostanze. Quelle grida di dolore, quei rumori di catene che i contadini avevano preso pei gemiti di Cantarello gli tornavano alla mente e facevano s chei rimproverasse s stesso di avere tanto ritardata la sua partenza; or comprendeva quanta ammirabil forza e sublime carit vi fosse dalla parte di Carmela in quellabnegazione di s stessa, la quale facea s che, in luogo di ritenerlo, essa ne affrettasse la partenza.
Carmela, le disse, io ti giuro alla presenza di quel Dio che ci ascolta....
Non voglio giuramenti! rispose la giovane turandogli la bocca con la sua mano; il tuo amore, non i giuramenti o le promesse, debbe qui ricondurti. Dimmi: Sta tranquilla, Carmela, che ritorner; non pi, e basta perch io creda in te pienamente.
Sta tranquilla, Carmela, che ritorner, ripet il giovane, s, ritorner, e se non torno, sar segno che pi non esisto.
Allora, disse sorridendo la giovane, io spero che non rimarremo separati per lungo tempo.
Peppino ripet per la seconda volta il segnale.
S, s, eccomi, grid Ferdinando, slanciandosi sulla scala di corda, e montando sul cornicione del muro. Arrivato che vi fu, si volse e vide Carmela in ginocchio con le braccia distese verso di lui.
Addio, Carmela, addio, dissegli; addio, sposa mia. Detto ci salt dallaltra parte del muro.
A rivederci, ripet ella con voce fioca, a rivederci, io tattendo.
S, s, rispose Ferdinando. Mont sul cavallo che avevagli condotto Peppino, gli di di sprone, e seguito dal giardiniere, sincammin alla volta di Siracusa, temendo che se di pi l rimanesse, non gli bastassero le forze di partire.
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3. IL SOTTERRANEO.
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Iddio protesse don Ferdinando e Peppino da ogni sinistro incontro, e allo spuntar del giorno giunsero a Belvedere.
Senza entrare nel villaggio, sincamminarono addirittura verso la porticciuola del giardino, e condotti i cavalli in istalla, e tolto con s le torce, la leva, le tenaglie e la lima, si recarono alla cappella.
Siccome superstiziosi timori distoglievano ognuno dallavvicinarvisi, cos essi non incontrarono anima viva, e senza chaltri li vedesse, entrarono nella chiesa.
Don Ferdinando si sent profondamente commosso al ritrovarsi in quel luogo ove aveva provate cos violente sensazioni, ed ove avea corso cos terribile pericolo. Non titub per questo, e con fermo passo savvi verso la porta del sotterraneo. Sul pavimento ravvis le macchie di sangue di Cantarello, sangue che, essiccato, rosseggiava ancora il marmoreo pavimento intorno alla colonna, ai piedi della quale Cantarello era caduto. Don Ferdinando involontariamente rabbrivid, fece un giro per iscansare quelle tracce lasciate col dalla morte, e venne alla porta segreta che con tutta facilit aperse. I due giovani, accesa una torcia, entrarono nel corridoio, lo trascorsero, discesero la scala, e trovarono subito la seconda porta, che in un batter docchio fu atterrata. Ma, nellaprirsi, essa lasci uscire unesalazione cos pestilenziale, che fu loro necessit dare addietro alcuni passi per aversi il respiro. Don Ferdinando ordin allora al giardiniere di risalire e tenere aperta la prima porta, onde laria esterna potesse introdursi in quelle vlte sotterranee. Peppino risal, e fermata la porta, nuovamente discese. Intanto il contino, insofferente dindugi, proseguiva il suo cammino, e Peppino vedeva da lontano la luce della torcia. Dimprovviso un grido venne a ferir lorecchio dei giardiniere, il quale tosto corse verso il suo padrone. Don Ferdinando stavasi appoggiato allo stipite di una terza porta da lui aperta; un cos spaventoso spettacolo erasi offerto a suoi sguardi, che non avea potuto a meno di mettere quel grido, al quale era accorso Peppino.
Quella terza porta metteva in un sotterraneo, a bassa vlta, nel quale stavano tre cadaveri: quello di un uomo legato al muro da una catena che lo cingeva in vita, quello di una donna distesa sopra un materasso, e quello di un fanciullo, di forse diciotto mesi, sdraiato sul corpo della madre.
I due giovani improvvisamente trasalirono, che parve loro udire un lamento. 
Precipitaronsi ambidue nel sotterraneo: luomo e la donna erano morti, ma il bambino respirava ancora; esso teneva la bocca applicata ad una vena del braccio materno, e parea essersi prolungata la vita col sangue succhiato. Nulladimeno era cos sfinito, che chiaramente vedeasi sarebbe morto in breve, se prontamente non veniva soccorso. La donna sembrava spirata da parecchie ore, e luomo da due o tre giorni. Don Ferdinando sappigli senza indugio al partito che da quelle circostanze era richiesto; ordin a Peppino di prendere il fanciullo, e accertatosi che in quel fatal luogo altra creatura non vi era n morta, n viva, allinfuori delluomo e della donna, ambidue loro sconosciuti, usc da quel profondo, e chiusa la porta del sotterraneo, prese la via di Belvedere. Cammin facendo, Peppino colse un arancio, e ne spremette il succo sulle labbra del bambino, che apr gli occhi e tosto li chiuse, portando ad essi le sue manine e mettendo un gemito, quasi che la luce lavesse dolorosamente offeso; avendo per aperta la bocca, Peppino torn al succo darancio, e il bambino, sebbene continuasse a tener chiusi gli occhi, parve un po riaversi.
Don Ferdinando and difilato dal giudice, al quale minutamente raccont quanto gli era occorso, mostrandogli in prova il bambino presso a morte, e sollecitandolo a venire con lui alla cappella onde istituirvi un processo verbale e riconoscervi i trapassati. Accompagnato dal giudice, si port alla casa del medico, ed affidato alle cure della moglie di questultimo il bambino, tutti e quattro uniti ritornarono alla cappella, ove si trov ogni cosa nel medesimo stato.
Si cominci il processo verbale; il cadavere incatenato contro il muro era quello di un uomo dai trentaquattro ai trentacinque anni, che parea aver fatti orribili sforzi per infrangere le sue catene, giacch le sue braccia irrigidite erano tuttavia protese verso il giaciglio della donna, e coperte di morsicature che pareano impronte piuttosto della disperazione che della fame. Il medico riconobbe che era morto da due giorni circa. Cotestuomo era affatto sconosciuto a lui e al giudice.
La donna non potea avere oltre a ventottanni; la sua morte parea fosse tranquilla; erasi aperta la vena con un ago da calze, certo con animo di prolungare la vita del suo bambino, ed era morta di sfinimento. Il medico giudic essere spirata da qualche ora soltanto. Al par delluomo, sembrava straniera al villaggio, e n il medico, n il giudice sapevan ricordarsi daverla veduta altre volte.
Presso il capo della donna, e contro il muro, vedeasi una sedia rotta coperta di un gonnellino. Il giudice, levata quella sedia, saccorse chera posta col per nascondere un buco al pi del muro. Quel buco era largo di tanto da lasciar passare un uomo, ma alla profondit di quattro o cinque piedi esso finiva. Esaminato quel foro, fu manifesto dover essere stato scavato con uno strumento di legno che le donne siciliane chiamano mazzariello, e che corrisponde a quello che le nostre villiche sinfingono nella cintura a sostenere lago da calzetta. Tanta  lefficacia della volont, e tale la forza della disperazione, che sotto il materasso si trovarono parecchie grosse pietre, strappate dalle fondamenta da quella donna senzaltro aiuto che quello delle sue mani e di quellutensile. La terra e le pietre erano nascoste sotto il materasso, certo con intendimento di celare il tutto agli occhi di chi custodiva i prigionieri.
Si prosegu la visita. In una cavit del muro si rinvenne una bottiglia ove eravi stato dellolio, un vaso che serviva a contenere lacqua, una lampada spenta, ed una tazza di latta. Il muro, in altro luogo annerito dalla fuliggine, dava manifestamente a vedere che pi volte si avea col acceso fuoco, quantunque il fumo non avesse laggi uscita veruna.
Nel mezzo del sotterraneo stava una tavola, alla quale il giudice essendosi seduto per iscrivere, vide unaltra tazzetta di staglio nella quale era un liquore nero; presso alla tazzetta una penna, e sparsi per terra alcuni fogli di carta. Ponendo mente ad essi si vide cherano scritti con un carattere piccolo, minutissimo, senza ortografia, ma tuttavia leggibile. Cercando se altre carte fossero col, si rinvennero altri fogli nella paglia che stava sotto il cadavere delluomo. Non parea vi fossero stati nascosti appositamente, ma, caduti accidentalmente dalla tavola, essere stati sparpagliati coi piedi. Quei fogli erano numerizzati, e per, riunitili e ordinatili, vi si lesse quanto segue:
In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Amen.
Scrivo queste linee colla speranza chesse cadano nelle mani di qualche persona misericordiosa. Qualunque ella sia, noi la preghiamo, per quanto essa ha di pi caro in questa vita e nellaltra, di trarci dalla tomba ove noi viviamo da parecchi anni sepolti, mio marito, il mio bambino, ed io che scrivo, senza che noi ci abbiamo in alcun modo meritato un s orrendo supplizio.
Io mi chiamo Teresa Lentini, nacqui a Taormina, e al presente credo di avere ventotto o ventinove anni; giacch dallistante che fummo sepolti nella tomba ovio scrivo, pi non mi fu possibile contare le ore, dividere i giorni dalle notti, n in alcun modo misurare il tempo. Quanto posso dire si , che da gran tempo noi siamo posti a questo supplizio.
Io viveva a Catania in casa del marchese di San Floridio, ove stava come sorella di latte della contessina Lucia. La contessina mor lanno 1768, se non isbaglio, e la marchesa, che vedea in me una cara memoria della figlia, volle chio le rimanessi vicina. Mor poi anche lottima marchesa; Dio se labbia in gloria, giacch quaggi ellera da tutti amata. 
Io volli allora tornarmene presso la madre mia, ma non lassent il marchese di San Floridio. Esso tenea in casa, in qualit dintendente, un uomo, gli avi del quale, da quattro o cinque generazioni, erano sempre stati al servizio di quella illustre famiglia. Cotestuomo chiamavasi Gaetano Cantarello, conoscea tutte le ricchezze del marchese, tutti i segreti di lui, perch il padrone avea in esso tutta la fiducia. Avea il marchese ferma intenzione di maritarmi a costui, perch, comegli diceva, noi potessimo starcene con lui sino alla sua morte.
Cantarello era un giovine di trent'anni, daspetto leggiadro, ma di fisonomia un po truce. Nulla gli si potea apporre; parea uomo onestissimo, e non era n giocatore, n libertino. Qualche cosa avea ereditato dal padre, e ottenuta dalla bont del marchese una somma considerevole per un uomo della sua condizione, talch, rispetto alla mia povert, era egli per me vantaggiosissimo partito. Malgrado tutto questo, quando il marchese di San Floridio mi chiar di questo suo divisamente, atterrita mi diedi a piangere. Quelluomo avea nellaggrottare delle sopracciglia, nella selvaggia espressione degli occhi, nellaspro suono della voce, qualche cosa che quasi per istinto mi spaventava. Tutte le mie compagne mi dicevano che era fortunata davermi lamore di Cantarello, e che era desso il pi belluomo di Messina; ondio chiedeva a me stessa perch io soltanto vedessi il mio fidanzato cos diversamente da quel che tutti lo giudicavano, e alcuna volta rimordeami della mia ingiustizia a suo riguardo; ed appariva ai miei propri occhi maggiormente colpevole, perch sentendo una naturale avversione per Cantarello, provava una opposta inclinazione per un giovine vignaiuolo nativo delle vicinanze di Paterno, nominato Luigi Pollino, e chera mio cugino. Eravamo amici dallinfanzia, e non avremmo saputo dire da quando la nostra amicizia si fosse tramutata in amore. 
Noi fummo alla disperazione, quando il marchese mi rese edotta di quello che meditava a mio riguardo, e la nostra disperazione crebbe vie pi, quando mia madre, che vedeva in Cantarello uno sposo quale io non avrei potuto ripromettermi, abbandonata la causa del povero Luigi, si diede a favorire il ricco intendente, significandomi di deporre ogni pensiero di mio cugino, e volgere tutto lamor mio al suo rivale.
Cominciava lanno 1783, e il nostro matrimonio era fissato pel 15 marzo, quando giunse il 5 febbraio, di terribile memoria. Tutta la giornata del 4 spir uno scirocco che tutti gett in quel torpore solitamente cagionato da questo vento. Il marchese di San Floridio stavasi nelle sue stanze inchiodato dalla gotta sopra una lunga seggiola; io sedea nella camera vicina, onde esser pronta alla prima chiamata, quando dimprovviso uno strano rumore attravers laria, e il palazzo cominci a dondolare a guisa di nave in mare. Il muro, che divideva la mia camera da quella del marchese, si apr in una fessura larga tanto da potervi passare la mano, mentre il muro di contro crollava, e la vlta, non pi sostenuta, cadeva a terra. Io mi gettai dalla parte opposta fuggendo a quella rovina, e mi trovai chiusa come sotto un tetto; udii nel tempo stesso nella camera del marchese delle acute grida. Io stava vicina alla fessura apertasi nel muro, e per essa vidi nellaltra stanza il marchese, percosso nel capo dal rovinare di una trave, disteso a terra tramortito. Io tentava di correre in suo soccorso, quando vidi entrare col Cantarello. Al vedere il padrone svenuto, il suo volto prese un aspetto s strano, che io ne fremetti dorrore. Cantarello si guard attorno per vedere saltri era col, e accertatosi di non esser visto da chicchessia, lanciossi sopra del marchese; credetti dapprima che fosse per soccorrerlo; ma in breve mi disingannai, perch egli, staccato il cordone che cingeva la veste di camera del padrone, glielo strinse al collo, e appuntatogli un ginocchio al petto, lo strangol. Nellagonia, il marchese aperse gli occhi, e certo riconobbe lassassino, perch stese verso di lui le mani giunte. A me fugg involontariamente un grido; esso fu inteso da Cantarello, che lev la testa guardandosi attorno. Chi  qui?disse con voce terribile. Io vidi allora in tutta la sua ferocia quello sguardo, quel cipiglio, che anche nello stato di calma mi avea sempre atterrita. Tremante, e quasi morta di paura, io mi tacqui, e mi ripiegai sopra me stessa. Dopo breve tratto, non veggendo apparire alcuno, mi alzai, e spinsi nuovamente locchio attraverso della fessura, giacch mera scordata del pericolo che correa io medesima, rimanendo in un palazzo che potea da un istante allaltro crollare, tantera tratta fuori di me dalla scena terribile alla quale era stata testimonio. Il marchese giacea immobile al suolo e parea morto. Cantarello stava diritto davanti un forziere che ciascun di noi sapeva essere pieno doro e di cedole. Lintendente traeva di l a piene mani il danaro, e frettolosamente lo intascava. Quando lebbe levato, tolse disotto al letto del marchese il pagliariccio, rovesci su di esso il forziere, accatast sopra il forziere le sedie, e tratto dal camino un tizzone, appicc il fuoco al pagliariccio, e quindi vista dilatarsi la fiamma, rapidamente usc dalla porta medesima per la quale era entrato.
Siccome mortale  laccusa che io muovo contro una creatura umana, giuro, davanti a Dio e davanti agli uomini, che nulla aggiungo al vero, e che quanto espongo, tutto avvenne sotto a miei propri occhi.
Il marchese era morto; le fiamme sorgeano da tutte parti; le scosse faceano dondolar il palazzo, s che minacciava crollare da un istante allaltro. Listinto della conservazione ridestossi in me; mi trascinai fuori delle rovine che da ogni parte mi circondavano, giunsi ad una scala, che io discesi senza accorgermene, e quasi senza toccare i gradini. Quella scala si sprofond dietro i miei passi. Sotto il vestibolo mi scontrai in Cantarello: misi un grido; esso volle prendermi per un braccio; io mi gettai sulla strada chiamando aiuto. Le vie erano piene di fuggiaschi; frammischiatami alla folla, mi perdetti in mezzo a suoi flutti, e, da questi portata, mi trovai sopra la gran piazza. Io mi era tolta alla vista di Cantarello, e in quellistante di pi non cercava.
Quel giorno trascorse tra le pi terribili angoscie; poi venne la notte. Quasi tutte le case di Messina erano in preda allincendio, e le fiamme rischiaravano le vie e le piazze di una luce tetra e spaventosa. Nulladimeno, essendo colla notte venuta un po di quiete, si contarono i morti collappello de vivi; chiunque avea un padre, una madre, un fratello, o un amico lo chiamava col suo nome. Io non avea nessuno di cui potessi chiedere, giacch mia madre era a Taormina, e me ne stava quindi silenziosa, seduta, colla testa appoggiata sulle ginocchia, ripensando alla scena terribile da me veduta in quel giorno, allorch fui dalla mia meditazione riscossa con ispavento nelludire pronunciare il mio nome. Alzando la testa, vidi un uomo che correva, quasi forsennato, da un gruppo allaltro: era Luigi. Mi alzai, lo chiamai a nome, mi riconobbe, mise un grido di gioia, corse a me, e sollevatami tra le braccia, mi port via come un fanciullo. Io megli abbandonai intieramente, e gettategli le braccia al collo, chiusi gli occhi. Io non udiva che grida di terrore, e attraverso le palpebre vedeva una luce rossiccia, e qualche volta sentiva il calore della fiamme. Finalmente, dopo mezzora circa, Luigi rallent il passo, poi ristette del tutto. Aprendo gli occhi, vidi cheravamo usciti di citt, e che Luigi, morto dalla fatica, era caduto sopra di un ginocchio, e mi sosteneva sopra dellaltro. Messina intanto ardeva e rovinava con gemiti immensi; io era salva, mi trovava nelle braccia del mio Luigi, mi era sottratta alla potenza di quellinfame Cantarello, o cos almeno lo credeva!
Balzai in piedi, e voltami a Luigi: Io posso camminare, dissi; fuggiamo, fuggiamo!
Luigi avea ripreso fiato, ed era non meno desioso di condurmi seco, di quello chio lo fossi di fuggire; mi cinse del suo braccio per sostenermi, e cos riprendemmo la nostra corsa. Nellarrivare a Contessi, scorgemmo un uomo che conduceva fuori del villaggio, mezzo crollato, cinque mule. Luigi gli si avvicin, e comper una di quelle bestie che si avea di gi la sella in groppa. Pagata la mula, Luigi vi mont sopra ed io con lui. Allo spuntare del giorno noi arrivammo a Taormina.
Corsi tosto da mia madre, che mi credea perduta. Le dissi che il marchese era morto, arso il palazzo. Le raccontai che, senza Luigi, sarei morta le mille volte, e, gettandomi a suoi piedi, le protestai che avrei prima affrontata la morte che divenire sposa a Cantarello.
Essa mi amava, e cedette. In quella entr Luigi, e mia madre lo chiam suo figlio, e fu stabilito che il giorno dopo si farebbero i nostri sponsali.
Mia madre si era mostrata tanto condiscendente, pensando che, morto il marchese, io avea perduta ogni mia fortuna. Il posto che io occupava in casa del marchese era superiore a quello della servit ordinaria, e per non avea un salario fisso. Di tratto in tratto il marchese faceami qualche presente in danaro, che io spediva tosto a mia madre; oltracci, come ho gi detto, egli mi avea promesso di dotarmi. Io sapea che la dote che intendeva darmi, era di diecimila ducati; ma nulla comprovava questa sua intenzione, e il marchese era morto senza aver fatto testamento; questa somma, bench me lavesse promessa, non era per un debito; la famiglia non sapea di tale promessa, n io avrei voluto far valere presso di lei, come un mio diritto, lintenzione del marchese. Avea dunque realmente tutto perduto colla morte del marchese, e mia madre, che avea cos pertinacemente negato di sposarmi a Luigi, credo che fosse allora nel proprio interno lietissima chegli non avesse mutato animo a mio riguardo, cosa che si poteva molto probabilmente sospettare di Cantarello. Daltronde, essa mi amava, avea visto la mia ripugnanza per Cantarello mutarsi in una insuperabile avversione, e mavea udita giurare, con profonda convinzione, di morire piuttosto che divenir moglie a colui. Cantarello avrebbe dunque potuto trovarsi l in quel momento per reclamarmi, chessa mavrebbe, credo, lasciata libera di scegliere fra lui e il suo rivale.
Io e Luigi pensammo ciascuno ad adempire ai doveri di religione. Fu avvisato il prete che stesse pronto per lindomani alle dieci ore del mattino, e i parenti e gli amici furono fatti consapevoli che il giorno dopo noi ci saremmo recati allaltare alla detta ora. Quanto a Luigi, avea da lungo tempo perduti i genitori, n avea pi alcun prossimo parente al quale gli corresse obbligo di partecipare il suo matrimonio.
Erano tristi auspicii per uno sposalizio. Quantunque il terremoto si fosse fatto sentire meno fortemente a Taormina, fabbricata, comella , sopra di una rupe, che non a Messina e a Catania, la citt non andava tuttavia esente di scosse che da un istante allaltro poteano farsi pi violente. Dio per ebbe per quella volta cura di noi, e il giorno comparve senza sinistro alcuno.
Suonate le dieci, noi fummo alla chiesa accompagnati da pressoch tutto il villaggio. Nellentrare, parvemi vedere un uomo nascosto dietro un pilastro, nella parte pi oscura ed appartata della cappella. Per quanto semplice e naturale fosse la presenza di un curioso di pi, fosse istinto o presentimento, io non seppi staccare gli occhi da quelluomo.
Incominci la messa, e allistante che noi ci ponevamo ginocchioni davanti allaltare, luomo, spiccatosi dal pilastro, mosse verso di noi, e ponendosi tra il prete e me: 
Questo matrimonio, disse, non pu aver luogo.
Cantarello! grid Luigi, portando la mano alla tasca per trarne il suo coltello.
Io gli strinsi con forza il braccio, quantunque io stessa mi sentissi venir meno.
Non turbate la divina cerimonia, gli disse il prete, e chiunque voi siate, toglietevi di qui.
Questo matrimonio non pu aver luogo, ripetea con voce pi sonora e pi imperiosa Cantarello.
E perch? chiese il prete.
Perch questa  mia moglie, riprese Cantarello accennandomi a dito.
Io! moglie di costui! gridai; egli  pazzo!
Siete voi, Teresa, la pazza riprese freddamente Cantarello; oppure che avete volontariamente perduta la memoria. Non vi ricordate pi che il marchese di San Floridio ci aveva da lungo tempo fidanzati, e che il giorno stesso che precedette il terremoto, cio il d 4 a mezzanotte, noi fummo sposati nella sua cappella, che il marchese fu testimonio dello sposalizio, e che noi fummo maritati dal suo stesso cappellano?
Io misi un grido di terrore, perch sapea che il marchese e il cappellano erano morti ambidue, e che perci n luno, n laltro potea disporre in favor mio.
Siete voi rea di questo sacrilegio? mi chiese il prete, volgendosi a me col viso della diffidenza.
Padre mio, gridai, per quanto vha di pi sacro al mondo io vi giuro che costui mente.
Ed io, disse Cantarello stendendo la mano verso dellaltare ,giuro.
Non spergiurate, lo interruppi. Non avete gi bastanti delitti dei quali vi converr render conto a Dio?
Cantarello si scosse, e mi guard fisamente, quasi volesse leggermi nel fondo dellanima; ma questa volta quello sguardo, anzich atterrirmi, minfuse un nuovo coraggio, perch maccorsi che le mie parole lo aveano spaventato. Io mi giovai di quellistante di esistenza.
Padre mio, dissi al prete, questuomo  un povero pazzo, che altra volta mi am, ed io non posso attribuire il delitto del quale si volea render colpevole, se non alleccesso della sua passione. Lasciate che io gli parli qui, vicino allaltare, alla presenza di voi tutti, ma senza essere udita da altri che da lui, ed io spero chegli, pentendosi, voglia confessare la verit.
Cantarello si pose a ridere.
La verit,sclam egli, lho gi detta, n v potenza al mondo che vaglia a farmi dire il contrario.
Silenzio, risposi io, e seguitemi.
Dio minspirava una forza sconosciuta, una forza della quale io non mi sarei creduta capace. Il prete era disceso dallaltare; io feci segno a Cantarello di seguirmi, ed egli obbed. Gli astanti formavano intorno a noi un largo cerchio; Luigi solo, senza perderci docchio, colla mano sul suo coltello, stava dinanzi agli altri.
Teresa, mi disse Cantarello a voce sommessa, e volgendomi pel primo la parola, perch avete mancato alla promessa da voi data al marchese di San Floridio? perch mi avete voi costretto a ricorrere a questo mezzo?
Perch, gli risposi, fissandogli gli occhi in volto, perch io non voleva divenire la sposa di un ladro e di un assassino. 
Cantarello impallid del pallore della morte; ma eccetto quel pallore, nulla tradiva che il colpo chio gli portava, lavesse s profondamente ferito.
Di un ladro e di un assassino? rispose egli cercando nascondere il suo turbamento con un sorriso; io spero che voi mi darete spiegazione di queste parole. 
Io non ho che a darvene una sola: io era nella camera vicina, e attraverso una fessura del muro vidi ogni cosa.
E che avete voi veduto? mi chiese Cantarello.
Vi ho veduto entrare nella camera del marchese, nellistante chegli rimase ferito dal rovinare di una trave; vi ho veduto lanciarvi sopra di lui e strangolarlo col cordone della sua veste da camera; vi ho veduto aprire il forziere e togliere di l tutto il denaro e le cedole che conteneva; vi ho veduto trarre il pagliariccio di sotto al letto, rovesciarvi sopra il forziere, le seggiole, il canap, ed appiccarvi il fuoco con un tizzo che ardeva nel camino. Quel grido che vi spavent, e che vi fece guardare attorno, venne da me; e quando voi mincontraste gi abbasso, sotto il vestibolo, e che mi vedeste fuggire, credeste forse chio fossi pallida per lo spavento; ma vingannaste, era di orrore.
Il racconto non  male inventato, disse Cantarello; e voi sperate chaltri vi abbia a prestar fede?
S, certo, perch questo non  un racconto, ma una terribile verit.
Ma e la prova?
Come! la prova?
S, perch sar pur mestieri addurre una prova. Il palazzo  un mucchio di cenere, il cadavere  consumato, il forziere che conteneva il supposto denaro  ridotto in cenere. Ora, la prova di quanto dite ov?
Fu certo Iddio che mispir.
Voi ignorate adunque quello che avvenne? gli risposi.
Che mai?
Dopo che voi ve nandaste, dopo che abbandonaste la citt onde nascondere altrove il vostro furto, i servi del marchese si riunirono, e in un momento che le scosse posavano, salirono alla camera del marchese. Il cadavere fu trovato intatto, deposto nella cappella, e le tracce del laccio possono senza dubbio vedersi ancora intorno al collo. Il forziere, voi dite,  ridotto in cenere, s; le cedole sono bruciate, s; ma loro si fonde e non si consuma. I servi sapeano che quel forziere era pieno doro; or essi lo cercheranno ridotto in verghe, e queste verghe non si troveranno. Io allora dir ove questoro lo si pu rinvenire, e far che si frughi bene nella vostra casa di Catania, e nei vostri giardini, e nelle vostre cantine; lo si trover.
Cantarello mise un cupo ruggito; vidi chegli stava pensando se dovesse pugnalarmi di subito, malgrado quanto potesse di poi avvenire.
Se voi vi movete, gli dissi, scostandomi qualche passo da lui, chiamo soccorso, e siete perduto. Pensateci bene.
Difatti, Luigi e tre altri giovani nostri parenti e amici stavano l pronti a lanciarsi addosso a Cantarello al primo segnale chio avessi dato. Cantarello spinse verso di loro un'occhiata sbieca, vide quelle disposizioni ostili, e parve riflettere un momento.
E se io men vado, se io abbandono la Sicilia, se vi lascio esser felice col vostro Luigi?
Allora tacer.
Chi me ne assicura?
Il mio giuramento.
E vostro marito, non sapr dellavvenuto?
No, purch voi ci lasciate in pace, e non tentiate sturbare la nostra felicit.
Dunque giurate.
Io stesi la mano verso laltare.
Mio Dio, dissi a voce sommessa, ricevete il giuramento che vi faccio, di non dire mai a persona viva quello che io vidi nel palazzo San Fioridio durante la giornata del 5. Udite il giuramento che faccio alluccisore, al ladro, di nascondere a tutti il suo delitto, non altrimenti che se io fossi la sua complice, e di non palesarlo mai, n direttamente, n indirettamente, a chicchessia. 
Nemmeno in confessione?
Nemmeno in confessione; purch voi non mi sciogliate dal giuramento con qualche nuova persecuzione.
Giurate pel sangue di Ges Cristo!
Lo giuro pel sangue di Ges Cristo!
Padre, disse Cantarello, movendo verso del prete, io sono un povero peccatore, perdonatemi e pregate per me; io avea mentito, questa donna  libera.
Cantarello, pronunciate queste parole, come se il pentimento gliele avesse tratte da bocca, pass davanti ai quattro giovani; Luigi e lintendente scambiarono uno sguardo luno di sprezzo, laltro di minaccia. Cantarello, avvoltosi nel suo ferraiuolo, con fermo passo venne alla porta, e, uscito di chiesa, disparve.
La cerimonia nuziale, interrotta in modo cos strano ed impensato, fu allora senzaltro accidente compiuta.
Quando fummo a casa, Luigi mi dimand che avessi io detto a Cantarello, e come avessi saputo renderlo cos docile: ma io gli risposi che avea fatto un giuramento, comegli avea potuto accorgersene, e che questo giuramento era quello di conservare un silenzio eterno. Luigi non insistette pi a lungo, giacch sapeva che nessuna preghiera non mavrebbe indotta a mancare al giuramento, n io mi sono mai accorta chei si dolesse di quel mio rifiuto.
Andammo ad abitare in casa di Luigi. Era dessa una bella casetta posta nel mezzo di un vigneto, distante tre quarti di lega da Paterno, dallaltra parte della Giavetta; e sulla strada di Censorbi. Quanto a Cantarello, diceasi avesse lasciata la Sicilia, n dopo uscito dalla chiesa di Taormina, altri lavea mai pi veduto. Nulla era trapelato del resto n dellassassinio, n del furto, n sospettavasi menomamente che il marchese di San Floridio fosse stato ucciso altrimenti, che dalla caduta di una trave.
Noi fummo per tre anni gli sposi pi avventurosi della terra; lunico dispiacere da noi provato si fu quello di vederci morire il nostro primo figliuolino; Dio per ce ne avea dato un secondo pieno di salute e di forza, che ci consolava della perdita del primo. Il nostro bambino era a balia a Feminamorta, piccola borgata discosta circa due leghe dalla nostra casa, e noi andavamo ogni domenica a trovarlo, o la nutrice lo recava a noi.
Una notte, era quella dal 2 al 3 dicembre del 1787, sentimmo battere in fretta alla nostra porta; Luigi si affacci alla finestra chiedendo chi bussasse.
Aprite, rispose una voce: io vengo da Feminamorta, e sono spedito dalla balia del vostro bambino.
Io gettai a grido di terrore, giacch un messo spedito a quellora non presagiva nulla di buono.
Luigi apr. Un uomo vestito da contadino stavasi sulla soglia.
Ebbene, disse Luigi, che c di nuovo? nostro figlio  forse malato?
Fu colto oggi alle cinque dalle convulsioni, rispose il contadino, e la balia mi manda a dirvi che se voi subito non vi portate col, teme che il povero innocente muoia senza che voi vi abbiate la consolazione di dargli prima un bacio.
Un medico, gridai, un medico! Lasciate che noi andiamo a Patern a cercare di un medico.
Questo non farebbe che ritardare landata, rispose il contadino, ed  cosa al tutto inutile, perch il medico del villaggio sta gi presso la cuna del vostro bambino.
E quasi avesse avuta fretta egli pure, il contadino riprese tosto la via di Feminamorta.
Se voi giungete prima di noi, grid Luigi al messo che se nandava, dite alla nutrice che noi veniamo tosto.
Va bene, rispose il contadino, la voce del quale cominciava a perdersi in lontananza.
Noi ci vestimmo in fretta, e piangendo; poscia, chiusa la porta, ci mettemmo sulla via di Feminamorta. Giunti a mezzo del cammino, nellattraversare un luogo chiuso da rocce, quattro uomini mascherati si scagliarono su di noi, e gettatici a terra, ci legarono le mani, cimbavagliaron la bocca, ci bendarono gli occhi. Fatta quindi venire una lettiga, vi ci chiusero dentro, e, spingendo i muli al trotto, ci condussero via. Noi viaggiammo cos quattro o cinque ore, quindi la lettiga sarrest; un istante appresso la portiera si apr, e al rezzo che sentivamo ci parve essere condotti in una grotta. Col ci levarono il bavaglio dalla bocca.
 Ove siamo, e dove ci conducete? chiedemmo io e Luigi ad un tempo.
Bevete e mangiate, rispose una voce al tutto sconosciuta, nel mentre ci slegavano le mani, lasciandoci tuttavia legati i piedi; bevete e mangiate, e non pensate ad altro.
Io strappai la benda che mi copriva gli occhi. Come avea preveduto, noi eravamo appunto in una caverna: a ciascuna delle due portiere stava un uomo mascherato con una pistola in mano, mentre due altri ci porgevano del pane e del vino.
Luigi respinse il pane e il vino cheragli offerto, e tent sciogliere la corda che gli avvinghiava le gambe; uno di coloro gli appunt la pistola al petto.
Se ti movi unaltra volta, gli disse, sei morto.
Io supplicai Luigi di non far resistenza. Ci fu presentato di nuovo pane e vino.
Non ho fame, non ho sete, disse Luigi.
Nemmen io.
Come volete,disse luomo che ci aveva gi parlato; ma allora farete il piacere a lasciarvi legar di nuovo le mani, porre il bavaglio alla bocca e bendare gli occhi.
Fate come vi aggrada, dissio,noi stiamo in poter vostro.
Infami scellerati! mormor Luigi.
Per amor di Dio,sclamai, mio caro Luigi, non risentirti: tu vedi che questi signori non vogliono ucciderci; usiamo pazienza, e forse essi avranno piet di noi.
A questa speranza, espressa con laccento dellangoscia, rispose un di coloro con uno scroscio di risa, e a quelle risa io mi sentii scossa nel pi profondo dellanima. Io le riconobbi per averle gi udite nella chiesa di Taormina, e fui certa dessere in potere di Cantarello, e chesso era uno dei quattro mascherati che ci scortavano.
Stesi le mani e porsi sommessamente il capo; ma non fu cos di Luigi, che lott contro colui che volea legarlo; gli altri tre vennero in soccorso del loro compagno, e fecero tornar vana ogni resistenza. Dopo che gli ebbero di nuovo legate le mani, sbarrata la bocca e bendati gli occhi, furon chiuse di nuovo le portiere e le imposte.
Io non posso dire quanto tempo restammo in quella posizione, perch in simili circostanze  impossibile misurare il tempo; ma  probabile che passammo la giornata nascosti in quella grotta, non arrischiandosi di certo i nostri conduttori di viaggiare se non di notte. Non so quello che provasse Luigi; in quanto a me, sentiva che la febbre mi bruciava, ed avea fame e sete ardentissima. Infine la nostra lettiga nuovamente si apr. Questa volta non ci slegarono, ma rimossero soltanto il bavaglio dalla nostra bocca. Appena io potei parlare chiesi da bere; mi fu sporto un bicchiere che vuotai di un fiato. Quindi sentii sbarrarmi di nuovo la bocca.
Io non ebbi tempo di gustare il liquore offertomi, che molto somigliava al vino, quantunque avesse un sapore che non conoscea; qualunque si fosse quel liquore, dopo un breve istante, mi sentii rinfrescata il petto. Di l a un poco provai una calma quale io non mi sarei aspettata in simile situazione. Quella calma non era disgiunta da una certa dolcezza; quantunque avessi gli occhi bendati, pareami vedere luminosi fantasmi che mi salutassero con dolce sorriso; a poco a poco caddi in uno stato di apatia che non era n sonno, n veglia. Pareami che melodie intese nella mia giovinezza mi risuonassero agli orecchi; vedea di tratto in tratto degli splendori che, a mo di lampi, attraversavano loscurit della notte, e scorgea allora palazzi riccamente illuminati; o prati vaghissimi, tutti seminati di fiori. Parvemi poscia dessere sollevata e trasportata sotto una pergola di caprifogli e di oleandri, che fossi adagiata sopra un tappeto di verzura, e vedessi al di sopra del mio capo un bellissimo cielo stellato. Allora io ridea dello spavento provato nellistante che fui fatta prigioniera; rivedeva quindi il mio bambino che scherzando mi correa incontro, ma non era quel che vivea, strano a dirsi! era quello morto. Io lo prendea in braccio, gli chiedea della sua assenza, ed egli rispondeami che una mattina si era risvegliato con ali di angelo, ed era risalito in cielo, ma che vistami di l piangere, avea pregato il Signore perch gli permettesse di tornarsene in terra. Tutti questi oggetti si confusero insieme un po alla volta e scomparvero nella notte. Io caddi allora in un sonno mortale, pesante, profondo, e senza visioni.
Quando mi svegliai, eravamo nella tomba ove noi siamo ancora adesso, Luigi legato al muro da una catena. In mezzo a noi stava una tavola, e su questa una lampada, alcune vivande, vino, acqua, due bicchieri, e presso il muro gli avanzi del fuoco che avea servito a ribadire i ferri di Luigi.
Mio marito stava seduto colla testa appoggiata sulle ginocchia, immerso in cos profondo dolore, che io mi alzai, e me gli feci vicina senza che se ne accorgesse. Un singhiozzo che mi sfugg involontariamente dal petto lo fece risensare; sollev la testa, e ci gettammo nelle braccia lun dellaltro. 
Era quella la prima volta, dopo il nostro rapimento, che ci era dato comunicarci i nostri pensieri. Quantunque Luigi non avesse precisamente riconosciuto Cantarello, egli era al par di me persuaso che noi eravamo le sue vittime; a lui pure avean dato una bevanda narcotica che aveagli tolti i sensi, ed egli pure erasi risvegliato quandio mi risvegliai.
Il primo giorno noi non volemmo mangiare; Luigi stavasi muto, io gli sedea daccanto, e piangea del continuo se non che ci veniva un conforto dellessere vicini luno allaltro. Finalmente, pi del dolore pot il digiuno, e noi mangiammo; dopo il cibo venne il sonno. La vita continuava per noi, meno la libert, meno la luce.
Luigi avea un orologio, il quale, durante il nostro viaggio, erasi fermato sulle dodici, senza che noi sapessimo se fossero quelle del giorno o della notte. Lo rimont; esso non cindicava lora reale, ma ci dava almeno unora fittizia; merc della quale noi potevamo misurare il tempo.
Noi fummo fatti prigionieri nella notte dal marted al mercoled, e calcolammo desserci risvegliati il gioved mattina. Dopo ventiquattro ore, facemmo un segno sopra il muro col carbone. Dovea essere passato un giorno, ed eravamo quindi al venerd. Dopo altre ventiquattro ore, segnammo un altra linea simile; eravamo al sabbato. Allindomani, tirammo una linea pi lunga delle due prime, e indicammo con questo la domenica.
Noi passammo orando tutto il santo giorno del Signore.
Trascorsi in tal modo otto giorni, udimmo un calpestio che parea venisse da un lungo corridoio, e che sempre pi si avvicinava a noi, finch la nostra porta si apr. Comparve un uomo avvolto in un ampio ferraiuolo, e con in mano una lanterna. Era Cantarello.
Io mi stringeva tra le braccia il mio Luigi lo sentii fremere dira. Cantarello ci si accost, ed io sentii contrarsi e tendersi successivamente i muscoli di Luigi. Compresi che se Cantarello si fosse avvicinato di tanto che la catena avesse permesso al mio sposo di lanciarsi sopra di lui, e lo avrebbe assalito come una tigre furibonda, e una lotta mortale sarebbe sorta tra loro. Mi venne allora un pensiero, e fu quello di scorgere comio potessi divenire pi infelice di quello che fossi. Gridai a Cantarello che non saccostasse: comprese egli la causa del mio timore, e, senza rispondermi, aperse il suo mantello, e mi mostr chera armato. In fatti, avea al fianco la spada e due pistole nella cintura.
Depose sulla tavola altre provvigioni, che, al pari delle prime, consistevano in pane, in carni salate, vino, acqua e olio. Lolio specialmente ci era prezioso, perchesso teneva accesa la nostra lampada, ed io maccorgeva allora che il lume era uno dei primi bisogni della vita.
Cantarello usc, e chiuse la porta senza chio gli avessi volte altre parole, se non quelle per distorlo dallavvicinarsi a Luigi, n egli altro gesto mi fece, se non quello dindicarmi chera armato. Fu allora soltanto che, certa, per la sua stessa presenza, dessere sciolta dal mio giuramento, il quale non mimpegnava se non finch ei medesimo manteneva la promessa fatta, raccontai tutto a Luigi. Quandebbi finito, mio marito mise un profondo sospiro.
Egli ha voluto assicurarsi del nostro silenzio, mi disse; noi non usciremo mai pi di qui. 
Uno scroscio di risa risuon dietro la porta a conferma di queste parole. Cantarello erasi arrestato al di fuori, e avea inteso i nostri discorsi. Noi fummo certi che altro non ci rimanea a sperare che in Dio e in noi stessi.
Cominciammo allora a meglio esaminare il nostro carcere. Desso  una specie di cella larga dieci passi, lunga dodici, senzaltra apertura che quella della porta. Esplorando i muri, ci parvero tutti massicci. Esaminai la porta: era di rovere, e assicurata con doppia serratura; s che la fuga ci riusciva difficilissima, molto pi che Luigi era incatenato per la vita e per un piede.
Nulladimeno per un anno circa noi non desistemmo dallo sperare, e per un anno immaginammo tutti i possibili mezzi di fuga. Cantarello recavaci esattamente ogni otto giorni i nostri viveri settimanali; parr strano, ma noi ci eravamo accostumati alle sue visite, e, fosse rassegnazione, fosse bisogno di qualche divagamento in quella nostra solitudine, noi attendevamo con qualche desiderio, con qualche impazienza listante in che Cantarello sarebbe a noi tornato. Daltra parte, la speranza, che mai non si estingue, cinduceva nella dolce credenza che Cantarello, nella sua nuova visita, sentirebbe piet di noi, e ci donerebbe la libert. Ma il tempo se nandava, e Cantarello ritornava sempre col medesimo aspetto truce, impassibile, e il pi delle volte se ne partiva senza avere con noi scambiata nemmeno una parola. Noi continuavamo a segnare i giorni sul muro.
Cos trascorse un altro anno. La nostra esistenza era divenuta in tutto meccanica: noi ce ne stavamo delle lunghe ore come annichilati, e, simili alle bestie, non uscivamo da quellassopimento se non quando il bisogno di bere o di mangiare veniva a rompere tal torpore. Lunica cosa di che avevamo pensiero era che non si estinguesse la nostra lampada e non rimanessimo nelloscurit: ogni altra cosa ne riusciva indifferente.
Un giorno, Luigi ruppe contro il muro il suo orologio, e da quel giorno noi pi non potemmo contare le ore; il tempo cess per noi desistere; fu desso avvolto nelleternit.
Ad ogni modo per, avendo osservato che Cantarello veniva a noi regolarmente tutti gli otto giorni, ogniqualvolta ricompariva io facea un segno sul muro, e con questo suppliva in alcuna maniera allorologio, ma, infine, mi stancai di questo calcolo inutile, e cessai di registrare le visite del nostro carceriere.
Un tempo indefinito trascorse; certo molti anni, ed io divenni incinta.
Fu una sensazione questa e dolorosa e piacevole ad un tempo. Divenir madre in una prigione, dar la vita ad un ente umano senza dargli la luce del giorno, vedere il frutto delle mie viscere, una povera creatura innocente, condannata prima di nascere a quello strazio che uccideva i genitori!....
Il nostro bambino ricondusse il nostro pensiero a Dio, che avevamo quasi dimenticato. Lavevamo tanto pregato per noi, senza essere esauditi, che quasi dubitavamo chegli non ci udisse; ma dovendo noi innalzar preghiere pel nostro bambino, ci pareva che la nostra voce dovesse attraversare le viscere della terra.
Io nulla dissi a Cantarello, perch, non so come, temea chegli potesse concepire qualche reo disegno contro di noi, o contro del nostro bambino. Un giorno ei mi trov seduta sul mio letto, allattando la povera creaturina; a tal vista, egli trasal, e parvemi saddolcisse quel suo viso feroce, ondio mi gettai ai suoi piedi:
Promettetemi che mio figlio non rimarr sempre in questo carcere, ed io vi perdono.
Egli stette un istante pensoso, e poi, passando la mano sulla fronte:
Ve lo prometto, rispose.
Nella seguente visita mi rec quanto occorreva per avvolgere il mio bambino.
Intanto io evidentemente mancava di forze. Un giorno Cantarello mi guard con una cotal compassione, che non avea in lui veduta prima.
 impossibile, mi disse egli,, che voi possiate allattare questo pargoletto.
Avete ragione, risposi; sento che manco, ed  per difetto di aria.
Volete voi uscire con me? mi chiese Cantarello. 
Uscire! e Luigi, e mio figlio?
Essi rimarranno qui per assicurarmi del vostro silenzio.
Non mai! risposi; non mai!
Cantarello riprese silenziosamente la sua lucerna che avea deposta sulla tavola, e usc.
Io non so quante ore ce ne stemmo senza parlare; finalmente:
Hai fatto male, mi disse Luigi.
E perch dovea io uscire?
Tu avresti veduto ove noi siamo sepolti: avresti notato ovegli ti conduceva, e forse potevi rinvenire qualche mezzo di far noto ad altri come e dove viviamo, e dinvocare per noi lumana compassione. Hai fatto male, ti dico.
Or bene, segli mi far ancora simil proposta, accetter.
E restammo nuovamente silenziosi.
Trascorsi otto giorni, Cantarello torn come al solito, e oltre gli usati cibi rec un grosso involto, dicendo:
Qui ci sono delle vesti da uomo; ove siate disposta ad uscire, indossatele; io capir allora la vostra intenzione e vi condurr meco.
Io non gli risposi, ma quando venne unaltra volta mi trov vestita da uomo.
Venite, mi disse.
Un momento: giuratemi prima che mi ricondurrete in questo luogo.
Tra unora sarete di ritorno.
Sono con voi.
Cantarello se nand innanzi, dischiuse la prima porta, e noi ci trovammo in un corridoio, nel quale era unaltra porta, che parimente chiuse ed apr. Saliti quindi dieci o dodici gradini, venimmo overa una terza porta.
Cantarello, tratto di tasca un fazzoletto, mi bend gli occhi. Io non me gli opposi, ch sentiva dessere siffattamente in potere di questuomo, da sembrarmi inutile qualunque resistenza.
Quandebbi gli occhi bendati, Cantarello apr la porta, e parvemi che io passassi in unaltra atmosfera. Facemmo circa quaranta passi su delle pietre, alcune delle quali rimbombavano come se coprissero tombe; ondio avvisai cheravamo entrati in una chiesa. Cantarello lasci la mia mano e apr unaltra porta.
Questa volta io maccorsi, dallimpressione dellaria, che noi eravamo finalmente usciti e dal sotterraneo e dalla chiesa, e senza aspettare che Cantarello mi scoprisse gli occhi, senza pensare alle conseguenze che potevan nascere dalla mia impazienza, strappai via il fazzoletto.
Il mondo parvemi cos bello chio caddi ginocchioni! Poteano essere le quattro del mattino; spuntavano i primi albori; le stelle un po alla volta si scolorivano, e il sole spuntava dietro una piccola catena di colline; mi stava dinanzi un immenso orizzonte: alla sinistra delle rovine, alla destra, prati e un fiume; allinnanzi una citt, al di l di questa si vedea il mare.
Io ringraziai il Signore che mi avesse concesso di rivedere tutte quelle belle cose, le quali, malgrado il crepuscolo nel quale mi apparivano, mi abbagliavano al punto da costringermi a chiudere gli occhi, affievoliti dal lungo soggiorno nelle tenebre. Intanto che io pregava, Cantarello chiuse la porta, che, come avea pensato, era appunto quella di una chiesa. Tal chiesa per mera al tutto sconosciuta, ed ignorava affatto ovio mi trovassi.
Non importa, io di tutto mi ricordai, perch ogni piccola cosa rifletteasi nellanima mia, come in uno specchio.
Aspettammo che fosse sorto il sole, e poscia ci mettemmo in cammino alla volta di un villaggio. Ci scontrammo in due o tre persone che salutarono Cantarello alla maniera di conoscenti. Giunti al villaggio, entrammo nella terza casa a destra. Nel fondo e vicino ad un letto cera una vecchia che filava; alla finestra una giovine, della mia et, stava intenta a far calze; un fanciullo di due a tre anni si rotolava sul pavimento.
Quelle donne pareano accostumate a veder Cantarello, notai peraltro chesse nol chiamarono mai col suo nome. Rimasero sorprese di vedermi, e malgrado il mio travestimento, la giovine ravvis in me una donna, e volse a mezza voce alcuni motteggi a mio riguardo a Cantarello.  desso un giovine chierico, rispose egli con tuono severo;  un giovine chierico mio parente, il quale sannoia in seminario, e che io, per divagarlo, faccio di tratto in tratto uscir meco.
Quanto a me, certo che dovetti sembrare, a chi mi vedea istupidita. Mille idee confuse savvicendavano nella mia mente; pensava se dovessi chiamar soccorso, raccontare il tutto, accusare Cantarello di furto, dassassinio. Poi arrestavami, riflettendo che tutti pareano conoscere il mio carnefice, e averlo in venerazione, mentre io era affatto sconosciuta; sicch mi avrebbe creduta una pazza fuggita dallospizio, e nessuno mavrebbe badato; che se diversamente avveniva, Cantarello poteva darsi alla fuga, tornare alla chiesa, trucidare il mio Luigi e il mio bambino. Egli lavea detto: Vostro figlio e vostro marito mi saranno mallevadori.
Daltronde, come li avrei io rinvenuti? La porta, per la quale eravamo venuti nella chiesa, non potea essere cos nascosta, cos segreta da non potersi scoprire? Risolvetti di aspettare affine di concertare le cose con Luigi, e di posatamente provvedere e meditare sul da farsi.
Non molto dopo, Cantarello, accommiatatosi da quella casa e datomi braccio, discese per un sentieruzzo alla riva di un fiume, segu per un quarto dora la corrente, avvicinandoci cos alla chiesa, e fatta una giravolta, mi ricondusse sotto allatrio pel quale era uscita; l mimbend nuovamente gli occhi, e riapr la porta che chiuse tosto. Contai nuovamente quaranta passi, poi la seconda porta si apr, ed io sentii il freddo e umido del sotterraneo; discesi i dodici gradini della scala interna, arrivai alla terza porta, poscia alla quarta, che stridette alla sua volta sopra i gangheri. Cos, cogli occhi sempre bendati, fui da Cantarello ricondotta nel sotterraneo, ove lasciatami, se nand. Strappatami dagli occhi il fazzoletto, mi ritrovai di fronte a Luigi e al mio bambino.
Io volea ragguagliare tosto mio marito dogni cosa veduta e udita, ma egli, ponendosi il dito alla bocca, mi fe cenno di tacere perch Cantarello potea starsi ascoltando alluscio. Mi assisi sopra il materasso che mi serviva di letto, e diedi la poppa al mio bambino.
Luigi non si era ingannato nella sua supposizione, perch in capo ad unora circa udimmo dei passi che si allontanavano pian piano. Certo era Cantarello che, annoiatosi del nostro silenzio, si partiva. Noi non ci credemmo per questo in sicurezza, ed aspettammo ancora alcune ore; poscia, avvicinatomi a Luigi gli raccontai a voce sommessa quanto avea veduto, ed udito, senza omettere cosa alcuna, senza scordarmi nemmeno duna sola circostanza.
E non  meglio morire che vivere a questo modo?
E il nostro bambino? disse Luigi.
Io misi un grido, e mi strinsi al seno il pargolo. Dio mi perdoni! in quellistante lavea dimenticato, e fu suo padre che se ne ricord. Fu per altro stabilito di dare compimento allimmaginato disegno; se non che io non dovea dimenticare cosa veruna che potesse segnare ad altri la traccia nelle ricerche. Fermati in questo proponimento, stavamo aspettando che il tempo passasse: questa volta per con maggiore impazienza, giacch, per quanto languido e lontano, ci balenava allorizzonte un raggio di speranza.
Intanto, per non dare a Cantarello argomento a sospetti, era mestieri, per quanto ardente si fosse, di nascondere il mio desiderio di uscire unaltra volta. Cantarello, del resto, parea essersi scordato di quanto mavea egli stesso offerto; passarono quattro mesi senza chio dicessi parola, e caddi in tale consunzione, che avendomi egli veduta un giorno sdraiata, senza forze, e del pallore della morte, mi disse pel primo:
Se tra otto giorni voi volete uscire, state pronta, io vi condurr fuori.
Ebbi forza bastante per nascondere la gioia che a quella profferta minond lanima. E gli accennai col capo che avrei ubbidito.
Noi avevamo raccolta tutta la carta che ci era capitata, e ne avevamo gi a sufficienza per iscrivervi con tutti i suoi particolari la storia dei nostri mali.
Giunto il giorno fissato, Cantarello mi trov apparecchiata. Alla maniera della prima volta esso mi precedette sino alla seconda porta, e l mi bend gli occhi; il resto non fu diverso dallaltra uscita. Alla porta della chiesa io mi tolsi la benda dagli occhi.
Noi uscivamo allora medesima della prima volta; gli oggetti che mi si presentavano, erano gli stessi, e tuttavia non mi pareano pi cos belli. 
Cincamminammo verso il villaggio, ed entrammo nella stessa casa. Trovai col le due donne: luna filava, laltra facea calze. Sopra la tavola vi era un calamaio e delle penne, ed io, appoggiandomi alla tavola, presi una penna, e me la nascosi in tasca. Intanto Cantarello parlava a voce sommessa colla fanciulla, ed il discorso avea certo me ad argomento, perch quella fanciulla, parlando, mi tenea gli occhi fissi addosso. Un tratto intesi chella dicea: Parmi che il vostro parente non possa assuefarsi al seminario, perch  pi pallido e pi melanconico della prima volta che voi ce lo conduceste. Quanto alla vecchia, essa non parlava, non levava la testa dalla sua conocchia; pareva idiota.
In capo a dieci minuti, Cantarello, datomi braccio come la prima volta, riprese la strada medesima, e discese alla riva del fiume. Cammin facendo, dissi a Cantarello che avrei desiderato davere aghi e cotone onde far calze, ed egli mi promise che mi avrebbe soddisfatta.
Nel ritornare alla cappella, maccorsi cheravamo al finire dellautunno perch erano mietute le messi e fatta la vendemmia. Compresi allora perch Cantarello fosse stato quattro mesi senza parlarmi di uscire. Esso aspettava che i contadini abbandonassero i campi.
Alla porta della cappella, mi bend nuovamente gli occhi, ed io, da lui guidata e senza opporre la pi piccola resistenza, entrai nella chiesa. Contai di nuovo quaranta passi, poi ci arrestammo, e in quella fermata compresi che Cantarello si frugava in tasca per trarne la chiave; quindi intesi che cercava nel muro il buco della serratura. Pensando io con ragione chegli in quellistante dovesse aver volte le spalle, sollevai in fretta la benda, e tosto l'abbassai. Non fu che un istante, ma sufficiente perch mavvedessi che noi eravamo nella cappella a sinistra dellaltare. La porta doveva trovarsi in mezzo ai due pilastri.
Gli  in questo luogo che vuolsi cercarla, e frugar sintanto che la si trova, perch sta precisamente in detto luogo.
Cantarello di nulla saccorse. Le due porte saprirono, e chiusa la terza dietro di me, io mi trovai nella nostra prigione.
Noi non ci arrischiammo a parlare per molte ore, e quando mi parve impossibile che Cantarello se ne stesse tuttavia alla porta, trassi la penna di tasca mostrandola al mio Luigi. Esso mi fe cenno di nasconderla, ed io la cacciai sotto il materasso.
Postami quindi a sedermi vicina lo chiarii di tutti i particolari di quella mia uscita. La era una preziosa circostanza quella davere scoperta la porta segreta che aprivasi nella chiesa, e, coi precisi contrassegni che io poteva dare, era certo che si finirebbe a scoprire la serratura, rinvenuta la quale, si sarebbe facilmente disceso insino a noi.
Lasciai passare un giorno prima di provarmi a scrivere; presa quindi una delle tazzette di stagno, e stemperata nellacqua un po di quella fuliggine che era rimasta attaccata al muro il giorno che vi si avea acceso contro il fuoco, presi la penna, e immersala in quella mescolanza, maccorsi con gioia, che mi tenea assai bene luogo dinchiostro.
Quello stesso giorno, invocato Dio e la Madonna, io mi feci a scrivere questo manoscritto che contiene lesatta esposizione delle nostre sventure, e lumilissima e calda nostra preghiera a quel cristiano, nelle mani del quale perverr, di muovere il pi presto possibile in nostro soccorso.
In nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Amen.

Al di sotto di queste ultime parole era segnata una croce, e quindi il manoscritto proseguiva, se non che era mutata la forma del dire, che parlava in presente anzich in passato.
Non eran pi ricordanze di dieci, di otto, di sei, di quattro, o di due anni, ma erano giornaliere annotazioni, impressioni dellistante, gettate sulla carta nel punto medesimo che venivano percepite.
Questoggi Cantarello  venuto secondo lusato, e oltre le ordinarie vivande, rec gli aghi e il cotone che mavea promesso. Il manoscritto e la penna erano nascosti; le due tazzette stavano ben pulite, sopra la tavola, ondegli di nulla si accorse. Mio Dio proteggeteci!..
Sono trascorse tre settimane, e Cantarello non mi parla di farmi uscire. Sospetterebbe egli di qualche cosa?  impossibile. Oggi si  fermato pi che non suole, e mi ha guardato in faccia; io arrossii, quasi chegli potesse leggermi in volto la speranza che chiudo nellanima; presi il mio bambino tra le braccia e cos cunandolo, mi posi a cantare.
Ah, voi cantate, mi disse Cantarello, voi non istate quaggi tanto malaccio comio credeva?
 la prima volta da che io sono rinchiusa in questo sepolcro.
Sapete voi da quanto tempo vi siete rinchiusa? mi ha domandato Cantarello.
No, risposi; i due o tre primi anni numerai i giorni, ma visto che questo a nulla mi giovava, cessai dal tenerne conto.
Da quasi otto anni.
Io sospirai. Luigi rugg per ira. Cantarello gli volse unocchiata di scherno scuotendosi nelle spalle; poi, senza dirmi se io voleva uscire, se nand.
Sono dunque otto anni che noi siamo chiusi in questo sotterraneo. Dio! Dio! Voi ludiste dalla sua propria bocca: sono otto anni! E che abbiamo noi fatto per soffrir tanto? Niente, voi lo sapete, mio Dio!
Madonna del Rosario, pregate per noi! Deh! ascoltatemi voi, di cui io ignoro il nome; voi, unica mia speranza, voi che, donna al pari di me, madre comio lo sono, dovete aver piet delle mie ambasce; ascoltatemi, ascoltatemi!..
Cantarello sen va in questo punto. Sono due mesi chegli non mi facea parola di nulla; oggi finalmente mi ha esibito di uscire tra otto giorni; io ho accettato. Da qui ad otto giorni ei verr a prendermi; da qui a otto giorni la mia sorte sar riposta nelle vostre mani; i vostri occhi, le vostre parole, tutta la vostra persona mi parvero portarmi qualche interesse. Mia sorella in Ges Cristo; deh! non mi abbandonate.
Voi troverete, partita che io sar, in casa vostra questa dolorosa storia. Per la salute dellanima mia, sulla tomba di mia madre, sulla testa del mio bambino, io vi giuro che questa  la pura verit, quella stessa che dir a Dio quando gli piacer di chiamarmi a lui, e ad ogni mia parola, langelo che accompagner lanima mia al pi del suo trono, dir piangendo di piet:
Signore,  vero!
Ascoltatemi dunque. S tosto che voi avrete trovato questo manoscritto, recatevi dal giudice, e ditegli che, lontano da lui non pi di un quarto di lega, vi han tre infelici che da otto anni gemono sepolti vivi, uno sposo, una moglie ed un bambino. Se Cantarello fosse vostro parente o vostro amico, non dite al giudice se non questo, ed io vi giuro per la Madonna che, uscita di qui, non muover accusa alcuna contro di lui, ve lo giuro sopra questa croce che qui segno, e Dio mi punisca nel figlio mio se mancher al mio giuramento.
Voi altro non direte al giudice che questo Vi ha, qui presso, tre umane creature, delle quali non ci fu altra pi infelice; noi possiamo salvarle. Prendete delle leve, delle spranghe di ferro, perch  mestieri atterrare quattro porte massicce per giungere ad essi. Venite, io so ovessi sono, venite Che se egli esitasse, cadete ai suoi ginocchi, del par chio cado ai vostri, supplicatelo, comio supplico voi.
Egli verr, perch chi  luomo, chi  il giudice che possa ricusare di salvare tre suoi simili, massime quandessi sono innocenti? Egli verr, voi lo guiderete, e lo condurrete direttamente alla chiesa. 
Apertane la porta, condurrete il giudice allaltare a destra, quello sopra del quale sta un san Sebastiano trafitto dalle frecce. Arrivati allaltare, sentite bene, vi sono a sinistra due pilastri, e tra questi ci devessere la porta. Forse non vi verr fatto di trovarla subito, perch ell mirabilmente nascosta; forse, battendo contro il muro, il muro non dar suono che indichi unapertura, perch, ponete ben mente,  il muro stesso che costituisce la porta del sotterraneo; ma lentrata  precisamente in detto luogo, abbiatelo per fermo, e non lasciatevi scoraggiare dalle difficolt. Se non la trovaste, accendete una torcia, esaminate minutamente il muro, ed io vi accerto che troverete qualche serratura impercettibile, qualche invisibile fessura, qualche foro, qualche cosa chio non saprei ben dirvi. Battete, battete, forse noi vi udremo, sapremo che voi accorrete in nostro aiuto, e questo cinfonder forza e coraggio. Voi saprete che vi stiamo attendendo, che preghiamo per voi, s, per voi, pel giudice, per tutti i nostri liberatori qualunque essi sieno. S, io pregher per essi tutto il resto della mia vita, come prego in questistante.
Io credo dessermi spiegata chiaramente n vero? Nella cappella del marchese di San Floridio, laltare a destra, quello di san Sebastiano, tramezzo ai due pilastri. Dio! Dio! tremo tanto nello scrivervi, o mia liberatrice, che non so se voi potrete leggere il mio carattere.
Vorrei sapere come vi chiamate per ripetere nelle mie preghiere cento e cento volte il vostro nome. Ma Dio, che tutto sa, che tutto vede, sa chio prego per voi, e ci basta...
Oh Dio! accade cosa non mai avvenuta dacch noi siamo qui. Cantarello  venuto due giorni di seguito. Fu desso osservato? Sospetterebbe egli? Qualcuno si sarebbe accorto di noi, e cerca forse scoprirci? Oh! qualunque sia questuomo misericordioso, questo nostro protettore, Signore, soccorretelo, siategli voi di guida! 
Cantarello entr nellistante che noi meno lattendevamo. Fortunatamente la carta era nascosta. Egli entr, guard tutte le parti, picchi su tutti i muri; quindi accertatosi che non vi era mutamento alcuno:
Io son venuto, disse, perch mi era scordato dirvi che, se volete, vi far uscire alla mia prima visita.
Ve ne ringrazio, gli risposi voi me lavevate gi detto.
Ah! ve lavea gi detto! rispose sbadatamente Cantarello; va bene, mi sono dunque incomodato inutilmente.
Guardossi di nuovo attorno, esplor in tre o quattro siti il muro, e se ne and. Noi lo sentimmo allontanarsi, e chiudere laltra porta. Dieci minuti di poi, ci percosse una detonazione simile allo sparo di una pistola o di un fucile.  questo un segnale per noi, e come speriamo, vi sarebbe forse chi veglia alla nostra salvezza?...
Da quattro o cinque giorni nulla  avvenuto di nuovo. Se i miei calcoli non isbagliano, domani Cantarello dovrebbe venire a prendermi. Io probabilmente non aggiunger altro a questo scritto se non una nuova supplica perch voi non vogliate abbandonarci alla disperazione.
Anima caritatevole, abbiate piet di noi!...
Ah! Dio! Dio! ch mai successo? O io minganno, ed  impossibile che minganni di due giorni, o il giorno che dovea venire Cantarello  gi trascorso, ed egli non  venuto. Io ne son certa guardando le provvigioni chei solea rinnovarci di otto in otto d; esse son finite, e Cantarello non viene. Mio Dio! saremmo noi riservati ad uno strazio maggiore? Dio! Io non marrischio a dirvi di che cosa ho paura, temendo che leco di questo abisso mi risponda: S.
Cielo! saremmo noi destinati a morir di fame?....
Il tempo passa, il tempo passa, e alcuno non viene, non si ode alcun rumore. Gran Dio! Noi siamo rassegnati a rimanere qui eternamente, a pi non vedere la luce del cielo; ma egli avea promesso di trarre di qui il figlio mio, il mio povero bambino!
Ov quell'uomo che io vedeva sempre con orrore, e che al presente desidero come un dio salvatore?  desso ammalato? Signore, rendetegli la salute.  egli morto senza aver avuto il tempo di confidare ad alcuno il suo orribile segreto? Oh! figlio mio, mio povero figlio!
Fortunatamente il mio bambino ha il mio latte, ed egli soffre meno di noi, ma sio non mangio, mi mancher il latte. Non ci resta che un sol pezzo di pane, un pezzo solo! Luigi mi dice che non ha fame, e lo lascia a me. Mio Dio, siete voi testimonio che io lo prendo pel figliolo mio, pel mio povero bambino al quale dar il mio sangue quando non avr pi latte...
Avviene di peggio! qual cosa di terribile; la nostra lampada non ha pi olio; la notte del sepolcro preceder la morte; la nostra lampada era la luce, la vita; loscurit ci sar la morte, e una morte che ci lascer sentire il dolore.
Dacch pi non c speranza pei nostri corpi, chiunque voi siete, cui  riserbato discendere in questo spaventoso abisso, pregate.... Dio! la lampada si spegne.... Pregate per le anime nostre... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui finiva il manoscritto; le ultime quattro parole erano scritte in una direzione diversa delle linee precedenti, il che dava a divedere che quella misera le avea vergate nelloscurit. Quello che avvenisse di poi non altri il vide, altri nol sa fuor che Dio. Certo lagonia fu orribile.
Il pezzo di pane rifiutato da Luigi prolung la vita a Teresa di due giorni, perch il medico riconobbe esservi stato un intervallo di trentacinque o quarantore tra la morte delluomo e quella della donna. Questa vita prolungata nella madre, prolung quella del bambino; dal che ne venne che di quelle tre sventurate creature, la pi debole soltanto avesse sopravvissuto.
La lettura del manoscritto si fece nel sotterraneo, testimonio dellagonia di Luigi e di Teresa. Ogni cosa era chiarita, e quando don Ferdinando vi aggiunse la sua deposizione, tutto divenne intelligibile. Don Ferdinando nel tornarsene al villaggio, trov il bambino starsi meglio; sped tosto un messo a Feminamorta onde sapere che fosse avvenuto del primo figlio di Luigi e di Teresa, e seppe che era tuttavia in casa della nutrice, alla quale da mano sconosciuta veniva esattamente pagata la pensione, certo da Cantarello. Don Ferdinando dichiar che egli avrebbe da quel giorno avuto cura dei due miseri orfanelli, e fatti i funerali ai genitori a proprie spese, fond per essi un annuo uffizio. 
Poi chebbe cos pensato alla vita degli uni ed alla morte degli altri, don Ferdinando volse la mente a se stesso. Tornato a Siracusa col giudice, col medico, e con Peppino, intanto che questi tre raccontavano al marchese di San Floridio le cose avvenute alla cappella di Belvedere, don Ferdinando, tratta in disparte la madre, la chiar di quanto era avvenuto a Catania in casa di sua zia. Lottima marchesa lev gli occhi al cielo, e piangendo esclam che Dio avea certamente permesse tutte quelle cose, e che sarebbe un provocar lira del Signore il voler andar contro le sue volont. Com facile pensarlo, don Ferdinando si guard bene dal contraddirla.
La marchesa come seppe che suo marito trovavasi solo, recossi tosto da lui. Il momento era favorevole, il marchese misurava a gran passi la sua stanza, ripetendo a s stesso che suo figlio erasi ad un tempo condotto col valore dAchille e colla prudenza dUlisse. La marchesa gli espose quanto sarebbe dannoso che un casato, il quale, mediante questo giovine eroe, prometteva di riprendere un nuovo lustro, fosse per estinguersi in lui. Il marchese chiese alla moglie spiegazione di tal parole, cui la marchesa, piangendo, rispose, che don Ferdinando, compunto dalla piet di quegli eventi, avea fermo di farsi monaco. Il marchese di San Floridio, nelludire quella determinazione, fu preso da tanto cordoglio, che la marchesa dovette sollecitamente soggiugnere, esservi un mezzo con che distorre il figlio da quel proponimento, quello, cio, di accordargli in isposa la giovine contessa di Terranova, che era per chiudersi, e poi pronunciare i suoi voti nel convento delle Orsoline, e della quale don Ferdinando era pazzamente innamorato.
Il marchese senzaltro rispose che la cosa, oltre il sembrargli facile, gli parea a un tempo conveniente, perch il conte di Terranova era non solo uno dei suoi migliori amici, ma portava eziandio un dei nomi pi illustri della Sicilia. Perci fece venire don Ferdinando, il quale, come bene avea avvisato la marchesa, assent a tal condizione a non farsi benedettino. Il marchese, grattandosi lorecchio, lasci andare qualche parola di dubbio sulla dote di Carmela, che, se la memoria non lo ingannava, dovea essere piuttosto tenue, perch la famiglia Terranova era stata rovinata quasi del tutto nelle vicissitudini della Sicilia. Su questo punto, don Ferdinando interruppe suo padre dicendogli che Carmela avea un parente sconosciuto il quale le facea dono di sessantamila scudi. In un paese in cui esistevano i dritti della primogenitura, era questa una bella dote, massime per una fanciulla che avea un fratello maggiore; laonde il marchese non ebbe nulla in contrario, e siccome era tal uomo che non amava tirar le cose in lungo, ordin che si attaccassero i cavalli alla lettiga, e si condusse quel giorno istesso dal conte di Terranova.
Il conte volea molto bene alla figliuola, n per altro la voleva chiudere in convento che per non iscemare di troppo il patrimonio di suo figlio, il quale, essendo destinato a sostenere il nome e lonore della famiglia, avea a tal uopo bisogno di quanto la famiglia possedeva. Il conte di Terranova dichiar non vedere dal canto proprio nessun ostacolo a questo matrimonio, se non fosse la mancanza della dote per parte di Carmela. A ci rispose il marchese che non ci badava; s che i due gentiluomini si diedero reciprocamente la parola, alla quale essi non sapeano che volesse dire mancare.
Il marchese fu quindi di ritorno a Siracusa, ove don Ferdinando lo stava attendendo con quellimpazienza che i lettori ponno facilmente immaginarsi, e per non perder tempo, avea egli intanto fatto sellar il suo miglior cavallo. Alludire che tutto andava a seconda de suoi desiderii, abbracciati e baciati i genitori, discese precipitoso le scale, balz a cavallo, e di gran carriera si mise sulla strada di Catania. Suo padre e sua madre lo videro dalla finestra sparire in mezzo ad un vortice di polvere.
Sconsiderato ragazzo! disse la marchesa; esso vuol rompersi il collo!
Non temete, rispose il marchese, mio figlio monta a cavallo come Bellerofonte.
Quattro ore dopo, don Ferdinando era a Catania. Sar inutile dire che la zia fu per venir meno dalla sorpresa, e Carmela dalla gioia.
Tre settimane dopo, i due giovanetti erano uniti in matrimonio alla cattedrale di Siracusa, non avendo voluto don Ferdinando che la cerimonia si facesse nella cappella dei marchesi di San Floridio, per timore che il sangue che aveva visto coagulato sul lastrico non gli apportasse disgrazia.
Levato il mattone, segnato da una croce, ai piedi del letto di Cantarello, vi si rinvennero i sessantamila ducati. Era la dote che don Ferdinando aveva assegnata a sua moglie.
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FINE.